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Carcere: tre studentesse di architettura discutono la tesi nell’istituto per minori

Accade a Cagliari. Il Rettore Maria Del Zompo: “Orgogliosa e meravigliata per quello che avete fatto”. Le proposte elaborate insieme ai giovani detenuti per riqualificare gli spazi interni ed esterni. Realizzata una struttura per i colloqui con i familiari

01 marzo 2018

Discussione tesi di architettura in carcere 3

CAGLIARI –  Ragazzi che ridisegnano e riprogettano spazi vitali per restituire la quotidianità ad altri coetanei. Giovani esistenze che si incontrano, si contaminano, - abbattono muri, insieme. Accade a Cagliari, dove tre studentesse dell’università di Architettura, Laura Spano, Giulia Rubiu e Alice Salimbeni, hanno discusso la tesi nel carcere minorile di Quartucciu, diretto da Giovanna Allegri: esperienza unica in Italia e tassello finale di un percorso che ha spalancato a studenti, insegnanti, giovani detenuti, volontari e operatori le porte di un progetto che ricalca il solco tracciato due anni fa dagli Stati generali sull’esecuzione penale. Anticipando i contenuti di una riforma ‘congelata’ sull’ultimo metro.

“Sono molto orgogliosa del segnale di responsabilità sociale, di inclusività, di accettazione della diversità, in questo caso di ragazzi che hanno fatto uno sbaglio nel loro percorso, che diamo in questo momento. Sono meravigliata di quello che avete fatto e anche orgogliosa, perché il nostro Ateneo vuole vivere di queste cose, al di là del fatto che facciamo scienza, ricerca e cultura”. Così Maria Del Zompo, Rettore dell’Università di Cagliari, alle tre studentesse. Parte degli elaborati è stata realizzata progettando e ristrutturando spazi del carcere all’interno di “Fuori luogo” progetto avviato dall’insegnante Barbara Cadeddu.

“E’ iniziato tutto dal corso di progettazione architettonica della nostra professoressa – racconta Alice Salimbeni -. Con altri due ragazzi che si sono laureati a novembre, Luca Suella e Matteo Argiolas, abbiamo fatto un percorso per riprogettare diversi spazi dell’istituto assieme ai ragazzi, agli agenti, agli educatori e a tutto il personale dell’istituto. Matteo e Luca hanno discusso le tesi sul tema “Il passaggio dalla cella alla stanza” lavorando sugli interni per restituire benessere ai ragazzi rispettando i criteri di sicurezza”.

Le tesi di Alice Salimbeni (“Da le celle alle stelle: uno spazio autocostruito all’Ipm di Quartucciu”), Laura Spano (“Riabilitare col colore”) e di Giulia Rubiu (“La strategia Building Information Modeling  and Management applicata al caso studio dell’Ipm di Quartucciu”) hanno approfondito aspetti specifici tra i contenuti emersi  nel  laboratorio di Progettazione Architettonica II che si è svolto al Dipartimento di Ingegneria civile, Ambientale e Architettura, tenuto da Barbara Cadeddu.

Barbara Cadeddu
Discussione tesi di architettura in carcere 2

“Giulia ha studiato i metodi per raccontare i progetti con la realtà aumentata – spiega Alice - illustrando il progetto con un metodo sperimentale: attraverso un video che ha costruito al computer e che viaggiava negli spazi del carcere. Laura, invece, ha lavorato a un progetto sul colore con una proposta che vede la riqualificazione degli spazi del carcere in base alle tonalità e alla luce. Ha valutato quali colori fossero presenti e ha scelto le tonalità in modo da favorire alcuni aspetti sensazionali, come la quiete o la concentrazione per esempio, e valorizzare la presenza della luce”.
“Il mio progetto – racconta Alice – riguarda la realizzazione di uno spazio per gli incontri con le famiglie e il tempo libero all’aria aperta. Ho coinvolto alcuni artisti cagliaritani con i quali abbiamo organizzato una rassegna musicale, raccolto i fondi, acquistato il materiale. Abbiamo fatto il progetto, mostrato ai detenuti a cui è piaciuto e insieme a loro e a un gruppo di volontari esterni l’abbiamo realizzato. Lavorando tutti insieme, in 28 giorni costellati anche di merende e momenti comuni. Abbiamo realizzato un’area che favorisce le dinamiche relazionali, strutturata in modo da mettere le persone a proprio agio, secondo il proprio spazio vitale”.

Come è stato il primo ingresso in carcere?“La prima cosa che mi ha colpito e che poi è diventato un elemento della tesi – racconta Alice Salimbeni - è il fatto che appena sono entrata mi sono resa conto che non si vedeva più il cielo. Da nessuna parte. Se non in rettangoli stretti e lunghi. E poi che al di là delle mura non ci sono criminali ma ragazzi, perché dentro sparisce tutto. Potersi laureare in carcere, davanti a loro, è stato molto emozionante. Abbiamo lavorato con giovani tra i 15 e i 22 anni e la sensazione più forte è stata la naturalezza con cui ci siamo raccontati e il fatto che questo non influenzasse affatto le nostre azioni e le nostre conversazioni. Avevamo solo voglia di costruire”.
“Può sembrare strano – sottolinea Barbara Cadeddu – ma la discussione in carcere è avvenuta naturalmente, senza alcuna forzatura. Dopo un anno intenso, in maniera progressiva, rispettando ciascuno le prerogative e i ruoli dell’altro, il mondo dell’università e dell’amministrazione della giustizia minorile hanno portato avanti un percorso di conoscenza reciproca”.

Alice Salimbeni
Discussione tesi di architettura in carcere 1

“Al processo di costruzione dello spazio per l’incontro con le famiglie hanno partecipato anche gli studenti di Ingegneria e di Medicina – spiega una nota dell’Ateneo -. La costituzione di un gruppo misto di lavoro ha rappresentato un’occasione speciale di conoscenza e di crescita per tutti i partecipanti e proprio la particolarità del progetto ha spinto la Commissione presieduta dal prof. Antonello Sanna a svolgere la discussione in carcere. Le attività didattiche hanno visto la partecipazione di docenti di geografia, sociologia, graphic design, architettura tecnica tra cui Maurizio Memoli, Ester Cois, Stefano Asili, Emanuele Mura, Maddalena Achenza, Emanuela Quaquero.

“Il progetto è nato da una richiesta di aiuto arrivata da una funzionaria del Centro di giustizia minorile per la Sardegna – racconta Barbara Cadeddu - per affrontare i problemi legati al degrado fisico dell’istituto penale. Federica Paloma ha bussato alla mia porta di docente precaria e appassionata, da sempre impegnata nel campo della rigenerazione urbana e dell’innovazione sociale. Non mi ero mai occupata di carceri prima e ho studiato moltissimo, chiedendo a mia volta aiuto a persone di grande spessore, primo tra tutti l’architetto Luca Zevi, consulente del ministro Orlando, che con estrema generosità ci ha accompagnato in questo percorso. Hanno partecipato al progetto Luigi Manconi, Valentina Calderone e molti altri docenti. Ciascuno mettendo a disposizione le proprie competenze. Da ultimo, credo che l’impegno, la dedizione e la maturità con cui gli studenti prima, i laureandi e i volontari poi, hanno affrontato il tema proposto e la qualità del rapporto che si è instaurato tra questi e i giovani detenuti, possano rappresentare un forte messaggio di fiducia per il futuro”. (Teresa Valiani)

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