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“Ricci Ri-belli”, le detenute diventano parrucchiere

Al via un laboratorio all’interno del carcere di Bologna per insegnare alle detenute a prendersi cura di sé e acquisire una professionalità. Dal progetto nascerà un documentario, un libro e uno spettacolo. La direttrice Clementi: “La detenzione annulla la femminilità, importante recuperare questi aspetti”

02 marzo 2018

- BOLOGNA – Un laboratorio pratico e artistico per imparare il mestiere di parrucchiera. È “Ricci Ri-belli”, il laboratorio pratico/artistico promosso, all’interno della sezione femminile della casa circondariale di Bologna, dall’associazione Artemisia in collaborazione con Orea Malià e l’associazione Kinodromo. “Tra le detenute c’è una forte tendenza a lasciarsi andare, a non curare il proprio aspetto, la femminilità – ha detto Claudia Clementi, direttrice del carcere – Gesti come guardarsi allo specchio al mattino, truccarsi e pettinarsi noi li diamo per scontati, dentro il carcere c’è bisogno di recuperarli: questo progetto è importante perché insegna alle donne a prendersi cura di sé”. Attualmente sono circa 80 le detenute alla Dozza (più o meno il 10% del totale della popolazione carceraria) ma saranno 12/15 quelle che potranno partecipare al laboratorio. “Mi aspetto grandi cose da questo progetto e anche di divertirci”, ha aggiunto la direttrice. 

Oltre all’aspetto legato alla bellezza e all’estetica, il progetto punta però anche a far acquisire alle partecipanti una professionalità, da spendere una volta uscite. “Il senso di questo progetto non è quello di far passare alle detenute il tempo, non è ricreativo ma è più profondo – ha affermato Massimo Ziccone, responsabile dell’Area educativa della Casa circondariale di Bologna – . Vogliamo far risaltare le parti positive delle persone, che vengono annullate dall’esperienza detentiva”. Una situazione che riguarda soprattutto le donne, che rappresentano una percentuale esigua sul totale della popolazione carceraria e che sono detenute in strutture pensate per gli uomini. “Noi siamo come i salmoni che vanno controcorrente – ha proseguito Ziccone – Facciamo inclusione in un luogo nato per escludere e lo facciamo portando all’interno del carcere pezzi della società esterna. Credo che questo progetto sia una grande opportunità per far acquisire competenze alle detenute e far loro riacquistare senso di sé e del proprio corpo”. Il 5 marzo si terrà un primo incontro rivolto a un gruppo allargato all’interno del quale verranno scelte le partecipanti, “in base alla motivazione, ma anche alla situazione giuridica o agli altri eventuali percorsi che stanno seguendo”, ha spiegato Ziccone. 

L’idea del laboratorio “Ricci Ri-belli” è nata dall’associazione Artemisia, nata nel 2000 da un gruppo di donne (psicologhe, ginecologhe, avvocatesse, consulenti d’immagine, scrittrici e poetesse) per dare risposta ai bisogni delle donne in tema di salute. Poi la mission si è estesa ai progetti legati al benessere, quindi non solo aspetti psicofisici ma anche creatività, armonia corpo-mente, relazioni. “Questo progetto coniuga etica ed estetica”, ha detto Vannia Virgili, presidente di Artemisia. È stata l’associazione a coinvolgere il gruppo Orea Malià: “Quando me l’hanno proposto non mi è sembrato vero – ha affermato Marco Zanardi, fondatore del gruppo – Mi dava la possibilità di ringraziare la città di Bologna, che in questi 40 anni di attività è stata estremamente generosa con me”. Oltre a Zanardi, il laboratorio sarà seguito da Giuseppe Lasorella, collaboratore e socio storico di Orea Malià Bologna, e Attila Zanardi, che può già vantare esperienze televisive importanti (X-Factor). I materiali per il laboratorio (prodotti per i capelli, forbici, pettini e phon) saranno forniti da Davines, Vanta e Parlux. 

Il laboratorio sarà documentato grazie al coinvolgimento nel progetto di Davide Labanti, regista di Kinodromo. “Sarà un’esperienza importante, sia per noi sia per le partecipanti che potranno raccontano la loro esperienza”, ha detto il regista. “La documentazione è importante perché noi ci scontriamo con la difficoltà di far capire chi siamo e cosa facciamo – ha aggiunto Clementi – Il racconto del carcere è fatto spesso di luoghi comuni e immagini precostituite. Questa è l’occasione per raccontarci in maniera adeguata attraverso un occhio professionale e un prodotto artistico”. Anche per Ziccone la documentazione del progetto è importante, “altrimenti la città potrebbe non accorgersi di queste persone che esclude ma che poi vorrebbe che rientrassero nella società sena commettere altri reati”. 

Dopo il primo incontro del 5 marzo, il corso si terrà ogni lunedì dalle 9.30 alle 11.30. La durata prevista è di circa 2 mesi. Nel laboratorio le partecipanti avranno un doppio ruolo: si scambieranno, infatti, i ruoli di modelle e coiffeuses. Al termine del percorso c’è l’idea di realizzare uno spettacolo all’interno del carcere in cui le detenute potranno mostrare quanto hanno imparato e un libro con le fotografie di Federico Guerra e gli scritti delle detenute.  

Per il Garante comunale dei diritti dei detenuti, Antonio Ianniello: “Non è scontata una visione trattamentale come quella che c’è a Bologna e il favore con cui le attività di volontariato vengono accolte”. Inoltre, ha aggiunto, “è importante vedere la realizzazione di attività nella sezione femminile dove i numeri sono esigui e non sempre ci sono i presupposti oggettivi per attività dedicate, anche se negli ultimi anni c’è un’attenzione rinnovata verso la sezione femminile grazie a numerose proposte, penso al progetto ‘Non solo mimosa’, alla sartoria, al laboratori di teatro di paolo Billi”. Per l’assessore alla Cultura, Matteo Lepore, “il progetto è un esempio importante di cosa può fare la città e di cos’è la bellezza. Bellezza non è solo l’aspetto estetico ma anche il dietro le quinte, il vissuto, le esperienze che si fanno e quello che si può fare per gli altri”. (lp)

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