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Migranti, dai ghetti ai villaggi. La sfida al Sud contro lo sfruttamento in agricoltura

La nuova legge contro il caporalato è il primo passo ma serve lavorare “con l’intelligenza delle persone” per superare i ghetti informali “luoghi di stanzialità indecente”. A Roma esperti e operatori riflettono sull’integrazione al Sud alla prima giornata del convegno Com.In 3.0

08 marzo 2018

ROMA – “Anche se in Italia è cambiato il clima politico sull’immigrazione, difficilmente cambierà il fenomeno. Siamo davanti a una trasformazione epocale che coinvolge l’intera società e da cui non si torna indietro. Per questo dobbiamo ricordarci che l’homo oeconomicus, sana invenzione degli illuministi del 700, in senso stretto non esiste: perché ciascuno di noi è razionale ed economico, ma anche sociale e relazionale. Quando parliamo di migranti, dunque, non possiamo dimenticarci che dietro queste braccia-lavoro ci sono delle persone”. E’ Francesco Carchedi, sociologo e coordinatore del comitato scientifico di Com.In.3.0, a dare il senso della prima giornata del convegno organizzato a Roma da Com.In.3.0 “Integrare al Sud: sfide e opportunità per le regioni meridionali”. Esperti e operatori hanno infatti ragionato insieme sul nuovo scenario migratorio nel Meridione, sui punti di forza e di debolezza, sugli strumenti da mettere in campo, a partire da alcuni temi sensibili come lo sfruttamento lavorativo e il caporalato.

Cambia lo scenario demografico, i diritti non sono più universali. “A livello demografico fino a qualche anno fa avevamo un Sud che cresceva molto più del Nord. Ora è vero il contrario. Secondo le proiezioni dell’Istat nel 2060 il Mezzogiorno avrà una popolazione diminuita del 30 per cento rispetto al 2000, mentre il Nord registrerà il 10 per cento in meno – spiega Corrado Bonifazi, direttore dell’Istituto ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Cnr -. Questo per due fattori: un tasso riproduttivo al Sud molto basso e un’emigrazione che continua, sia verso l’estero, che verso le altre regioni”. Oggi, dunque, l’arrivo dei migranti in alcuni territori può essere una risorsa. Ma se ben gestita. “Molti paesi di immigrazione non hanno memoria di essere stati prima di tutto paesi di emigrazione – sottolinea Delia La Rocca, dell’Università di Catania -. Manca una solidarietà tra gli Stati, e anche sui territori manca spesso la capacità di fare rete. A questo si aggiunge il problema dei diritti. Il secolo scorso si è chiuso con una conquista straordinaria: l’aver concepito la cultura dei diritti fondamentali oltre il concetto di cittadinanza – spiega -. Oggi, invece, siamo di fronte a un bilanciamento tra diritti e appartenenza territoriale. Ci sono i richiedenti asilo, i minori non accompagnati, i titolari di protezione sussidiaria etc, ma questa frantumazione degli status rischia di mettere in pericolo anche i diritti di tutti noi. Se i diritti fondamentali non sono tutelati in modo maggiore rispetto ad altri diritti, domani anche questi ultimi potranno essere messi in discussione”. La Rocca ha ricordato come in Italia il tempo di attesa per le richieste di asilo, per esempio, possa raggiungere tempi biblici e la condizione dei minori non accompagnati che al compimento del 18 esimo anno di età possono perdere la protezione. “Che integrazione è possibile quando ci troviamo di fronte a questi problemi? – aggiunge –Si continua a parlare del conflitto tra immigrazione e sicurezza, ma per chi lavora tutti i giorni su questo tema i problemi iniziano proprio da queste situazioni. Bisogna pensare a nuovi modelli”.

Sfruttamento lavorativo, la norma sola non funziona “serve l’intelligenza delle persone”. Tra le criticità del Sud Italia c’è sicuramente quella dello sfruttamento lavorativo legato al lavoro agricolo. In particolare in questi anni si sono accessi i riflettori su tre aree, quelle della Calabria, della Campania e della Puglia, come ha ricordato commissario straordinario di Governo per il comune di Manfredonia Iolanda Rolli: “ho cominciato ad esaminare il contesto della 'pista’ ai margini del Cara di Borgo Mezzanone dove, nella stagione di massima attività, ci sono più di tremila persone e dove si è creata una comunità lontana da ogni regola del paese – afferma -. Qui vigono regole a noi sconosciute, è necessario intervenire quindi riportando la legalità”. In questo senso un aiuto è arrivato dalla cosiddetta legge sul caporalato (199 del 2016): “abbiamo avviato le competenze per il registro del lavoro agricolo di qualità: è importante per quelle aziende che intendono essere iscritte come aziende virtuose, e che si presentano al mercato con un bollino di qualità”. Non solo, per la prossima stagione si sta pensando di creare a Manfredonia un villaggio di accoglienza e moduli abitativi che consentano ai braccianti “di affrontare in modo più dignitoso la raccolta. Oggi la moderna schiavitù è il terzo reato al mondo – conclude -, è molto grave e molto pesante che non lo vediamo, anche quando è sotto i nostri occhi”. Anche secondo Giovanni Minnini, segretario nazionale della Flai-Cgil, quella sullo sfruttamento in agricoltura è una buona legge. Innanzitutto perché prevede un reato che prima non esisteva e che permette di punire chi sfrutta. Ma oggi la sfida è quella della rete per il lavoro agricolo di qualità: “al Sud ci sono aziende di eccellenza, portatrici di valori e noi vogliamo difenderle, perché trattano bene i lavoratori, li rispettano. Oggi queste imprese che si iscrivono alla rete stanno cominciando ad avere dei benefici. Le maggiori difficoltà le registriamo, invece, nell’apparato burocratico dello stato”. Secondo il sindacalista non bisogna dimenticare, però, che “il caporalato oggi fornisce alle imprese un servizio efficace che lo Stato non è in grado di fare. Questo va compreso e affrontato”. Per Pietro Simonetti, presidente del Coordinamento Basilicata per le politiche migratorie “non esistono isole felici né tranquille quando si parla di caporalato, perché il caporalato si adegua al territorio”. Per questo l’applicazione del norma “senza passione e intelligenza la fa rimanere norma, e serve a poco”. “L’anno scorso nel nostro territorio – aggiunge - i datori di lavoro hanno pagato il trasporto dei braccianti per la prima volta, per noi è stato un risultato storico. La legge è importante, ma occorre che nel nostro piccolo la facciamo diventare operativa. Serve capacità di farla funzionare laddove siamo protagonisti. E’ questo oggi l’obiettivo prioritario”.

Integrazione non vuol dire assimilazione. Infine, Francesco Carchedi ha ricordato che gli stanziamenti informali sono luoghi di “stanzialità indecente”. “Le persone vivono lì perché non hanno denaro sufficiente per fare il salto, perché non ci sono altre condizioni”. Per questo è importante lavorare su un’integrazione ragionata, ma – avverte Nicoletta Purpura – direttrice del Centro Padre Arrupe – “attenzione a parlare di integrazione pensando a un’assimilazione”. “Si pensa che gli immigrati debbano assimilare la nostra cultura, che solo loro debbano cambiare – spiega -. Il processo di integrazione deve essere reciproco, bilaterale e dinamico. I migranti sono agenti di co-sviluppo, un contributo alla crescita del nostro paese che non possiamo ignorare”. In chiusura, Monia Giovanetti, responsabile del Dipartimento di studi e ricerche di Anci, ha ricordato il fenomeno crescente dei minori stranieri non accompagnati, sia in Italia e in Europa. Un flusso che si è modificato negli anni, per quanto riguarda i paesi di provenienza e l’età dei ragazzi, ma che rimane costante nel nostro paese anche a fronte di una diminuzione degli arrivi. (ec)

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Tag: migranti

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