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Giustizia: si riapre uno spiraglio per la riforma. Ma non mancano i timori

Domani in consiglio dei ministri i decreti che ridisegnano il sistema dell’esecuzione penale italiana. L’ex ministro, Giovanni Maria Flick: “Il governo ha fatto quello che doveva, ma lo ha fatto un po’ tardi. Preoccupazione per l’orientamento delle nuove Camere”

15 marzo 2018

ROMA – Riforma dell’ordinamento penitenziario: quando ormai anche per i sostenitori più ottimisti sembrava tutto perduto, si riaccende la speranza di vedere tramutate in legge le - proposte maturate dopo tre anni di lavoro, ricerca e un percorso travagliato quanto complesso avviato con il fine di ridisegnare il volto dell’esecuzione penale italiana.
Dopo un pre-consiglio convocato ieri mattina, arriva domani in Consiglio dei ministri il decreto di riforma dell’ordinamento penitenziario: documento per il quale nei giorni scorsi si sono mobilitati giuristi, personalità del mondo penitenziario e associazioni con l’intento di sostenere un varo che rischia di restare bloccato sull’ultimo metro.

“C’è un ravvedimento operoso da parte del governo – commenta a Redattore Sociale l’ex ministro della Giustizia, Giovanni Maria Flick, tra i più grandi sostenitori della riforma -  e questo non può che rallegrarci. Ma quanto all’esito di questo ravvedimento operoso, ci sono dei dubbi: cioè che le nuove Camere non ritengano di proseguire il percorso avviato da quelle precedenti. Il governo ha fatto quello che doveva – sottolinea Flick -, ma lo ha fatto un po’ tardi. Lo ha fatto dopo che era passato il termine per la presa d’atto delle Camere precedenti. A questo punto, il carattere vincolante o non vincolante della decisione del Governo è rimesso un po’ alla valutazione che le nuove Camere daranno. A me sembra che dovrebbe andare in porto così. Ma non posso nascondermi la preoccupazione di due Camere che hanno un orientamento totalmente diverso da quello precedente”.
“Fermo restando, a mio avviso – conclude l’ex ministro - l’assoluta necessità che l’inizio della riforma possa avere luogo: sia per colmare un gap di svariate decine di anni, sia per non togliere la speranza ai detenuti che aspettano con ansia condizioni più umane di vita, sia per attuare finalmente, almeno in parte, l’articolo 27 della Costituzione, dopo le condanne della corte di Strasburgo”.  

Le tappe della riforma. 19 maggio 2015: nel carcere di Bollate prendono il via gli Stati generali sull’esecuzione penale: la ‘rivoluzione culturale’ pensata dal ministro Andrea Orlando e coordinata dal prof. Glauco Giostra, per restituire dignità al sistema carcere e riformare tutta l’esecuzione penale italiana dopo le condanne arrivate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu). Oltre 200 esperti, del mondo accademico, giuridico, penitenziario e del volontariato si confrontano per sette mesi e tracciano la nuova rotta, nel solco di quanto dettato dalla Costituzione.

18 e 19 aprile 2016.  L’evento conclusivo degli stati generali vede per due giorni più di 600 persone, tra cui il presidente della Repubblica e diversi ministri, nell’auditorium del carcere di Rebibbia e racconta i punti salienti di un documento di 98 pagine che ne sintetizza più di mille.

17 luglio 2017. Il Guardasigilli istituisce tre commissioni per l’elaborazione della riforma dell’ordinamento penitenziario, con il compito di tradurre in norme la Legge Delega (103 del 2017), avvalendosi anche delle proposte arrivate dai tavoli degli Stati generali. La prima commissione, presieduta da Marco Pelissero, lavora sullo schema di decreto legislativo in tema di misure di sicurezza (parte di riforma che ancora non ha visto la luce) e di assistenza sanitaria (tema entrato nel decreto in discussione già in prima battuta). La seconda, presieduta da Francesco Cascini, riguarda la riforma dell’ordinamento penitenziario minorile e produrrà proposte che saranno prima ‘accantonate’ e poi ‘ripescate’. La terza, quella presieduta da Glauco Giostra, che ha coordinato le tre commissioni, lavora sulla parte più corposa della riforma, relativa proprio all’ordinamento penitenziario. E’ questo il troncone che ha effettuato il percorso più completo, tra passaggi in Consiglio dei ministri e nelle commissioni Giustizia di Camera e Senato, ed è quello che, secondo gli auspici, dovrebbe traghettare anche gli altri due.

23 dicembre 2017. Il consiglio dei ministri approva in esame preliminare una parte dei decreti: passano quelli relativi alla riforma dell’ordinamento penitenziario e sanità. Restano fuori: lavoro e affettività (della commissione Giostra), minori e giustizia riparativa (Casini) e misure di sicurezza (Pelissero).

7 febbraio 2018. Camera e Senato concludono l’esame dei decreti licenziati dal Consiglio dei ministri ed esprimono parere favorevole con relative osservazioni. Il Senato è quello che interviene più pesantemente “stravolgendo – a parere dei giuristi – il contenuto della riforma”.

22 febbraio 2018. Il Consiglio dei ministri, in una delle ultime sedute utili in vista del voto del 4 marzo, vara tre decreti. Ma, a sorpresa, ‘ripesca’ i temi lasciati indietro in precedenza (minori, lavoro e giustizia riparativa) e ‘congela’ il troncone principale: quello relativo alla riforma dell’ordinamento penitenziario. Lo stesso che aveva bisogno solo di percorrere l’ultimo tratto prima del varo definitivo. Mentre i decreti appena varati, avranno bisogno di ripartire dal passaggio iniziale nelle competenti commissioni parlamentari.

I garanti territoriali avviano uno sciopero della fame per sostenere l’approvazione della riforma mentre a favore dei decreti si mobilita anche il resto del mondo penitenziario con manifestazioni e appelli che arrivano fino al Presidente della Repubblica e che vedono in campo alte personalità del mondo giuridico, accademico, forense (con le camere penali che indicono giornate di sciopero e una manifestazione nazionale), e di parte della magistratura. Domani il nuovo passaggio in Consiglio dei ministri. (Teresa Valiani)

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