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Proactiva Open arms: "Pensavamo di essere noi le vittime. Accuse infamanti"

Conferenza stampa a Roma dell'ong spagnola. Camps: "Salvataggio in acque internazionali con persone in pericolo di vita". Gatti: "Operazione si è svolta come le altre volte". Manconi: "Codice di condotta non è una legge, nessun reato"

21 marzo 2018

ROMA - “Tutte le nostre operazioni sono coordinate dalla Guardia costiera, nell’operazione di salvataggio dell’altro giorno non abbiamo fatto niente di diverso da quelle precedenti. Allo sbarco a Pozzallo, pensavamo di essere state noi le vittime di un attacco, invece sono arrivati il sequestro della nave e gli avvisi di garanzia”.  Lo ha sottolineato Riccardo Gatti, coordinatore dell’ong Proactiva open arms, durante la conferenza stampa, organizzata oggi a Roma, sul caso del soccorso in mare conteso con i libici venerdì scorso, che ha portato al sequestro della nave e all’accusa per i membri dell’organizzazione di associazione a delinquere. Gatti ha ripercorso le tappe del salvataggio, spiegando che dopo aver ricevuto una chiamata dalla Guardia costiera italiana i soccorritori si sono diretti “come il 95 per cento delle altre volte verso l’imbarcazione in difficioltà”. “Per la prima volta però ci hanno avvisato che la Guardia costiera libica prendeva il coordinamento delle operazioni. Questo però non ha cambiato il nostro modus operandi – sottolinea -, Open arms è una nave formalmente di salvataggio, per questo ci siamo diretti verso il primo target e abbiamo soccorso 117 persone. Poi abbiamo trovato vuoto il secondo target, che era stato raggiunto dai libici e siamo andati verso il terzo dove c’erano altre 1010 persone.  Qui i libici ci hanno raggiunto con la pretesa e la minaccia di farsi consegnare le persone. Eravamo a più di 70 miglia dalla costa libica, quindi in acque internazionali”. Tra i motivi del rifiuto a consegnare i migranti salvati – spiega ancora Gatti – l’uso delle armi ma anche “le norme internazionali che proibiscono il respingimento. Noi non possiamo essere complici di questo delitto. Per noi il salvataggio finisce quando lasciamo le persone in un posto sicuro, sia esso un porto o un’altra nave. Ma quella della Guardia costiera libica non lo era”.

Anche Oscar Camps, responsabile e fondatore di Proactiva Open Arms ha ribadito che “si è trattato di un salvataggio effettuato in acque internazionali con persone in pericolo di vita. Solo chi sta in alto mare può capire qual è la situazione in quei momenti e che le decisioni si devono prendere in pochissimo tempo. La priorità è proteggere e salvare la vita delle persone, tutte le altre scelte passano in secondo piano”. “Siamo molto orgogliosi di aver portato le persone in salvo a Pozzallo senza cadaveri – aggiunge -, anche perché le autorità non ci hanno reso la cosa facile”. Il responsabile dell’ong spagnola ha parlato inoltre di un’informazione “tossica” e “tendenziosa” sul caso, “hanno detto su di noi senza chiedere a noi direttamente, la verità è quella che raccontiamo nelle conferenze stampa”. Per Camps, inoltre, tutto quello che è successo dall’inizio è molto “strano”: “dopo la richiesta di un porto di sbarco il governo italiano ci ha detto che la richiesta doveva arrivare dal governo spagnolo, siamo rimasti in attesa di istruzione, finché non è stato individuato Pozzalo”. Il fondatore di Proactiva ha ricordato che dal luglio del 2016 l’ong lavora in modo collaborativo con la guardia costiera italiana traendo in salvo circa 25 mila persone in 43 missioni. “In nessuna di queste abbiamo avuto incidenti con la Guardia costiera italiana, ne abbiamo avuti con quella che in Italia viene chiamata Guardia costiera libica”.

Alla conferenza stampa erano presenti i rappresentati delle associazioni che in questi giorni hanno espresso solidarietà all’ong spagnola, dal Centro Astalli alla Federazione delle Chiese evangeliche fino ad Amnesty International e A Buon diritto.  “Questa è una vicenda che non solo ha avuto molta eco mediatica, ma che investe questioni di diritto interno italiano e internazionale e, in generale, la sfera dei diritti umani – afferma Luigi Manconi, presidente della Commissione diritti umani del Senato-. Quello che sta succedendo ha molti effetti anche sul quadro politico e sull’orientamento delle diverse forze. Ma vorrei ricordare – sottolinea - che quel codice di condotta di cui si è parlato e che è stato sottoscritto da ong come Proactiva non ha alcuna forza di legge, non è un prodotto parlamentare ma un accordo pattizio tra ministero dell’Interno e un privato. Questo per dire, in maniera inequivocabile, che se mai fosse stato violato un articolo di quel codice non si tratterebbe in alcun modo di un reato”. 

Alessando Gamberini, legale della capo missione i Proactiva open arms, che ha diretto l’attività di soccorso, parla esplicitamente di una “forzatura dal punto vista giuridico”. In particolare “l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina - spiega – è servita alla procura di Catania per avocare a sé la competenza del caso, come direzione antimafia. Se il reato fosse stato solo quello di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare la competenza sarebbe stata solo della procura di Ragusa. L’accusa di associazione a delinquere è inconsistente, oltre che infamante, ci batteremo fin da domani per chiedere il dissequestro della nave”. (ec)

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