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Open Arms, la denuncia di 29 accademici: “L’Italia viola le leggi internazionali”

L’accusa arriva dai docenti di diverse università europee, che a partire dal caso Open Arms, chiedono al nostro paese: di smettere “la politica dei rimpatri in Libia”. Altrimenti chiedono al Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite e alla Corte penale internazionale di intervenire

30 marzo 2018

ROMA – “La crescente fermezza con cui l'Italia espone le persone a gravi violazioni dei diritti umani e a crimini contro l'umanità, riducendo la capacità Sar nel Mediterraneo, richiede un’azione immediata della comunità internazionale. Chiediamo agli attori coinvolti di invocare la responsabilità dell'Italia nelle violazioni del diritto internazionale”. Lo scrivono in una lettera durissima 29 accademici di diverse università europee chiedendo  l’intervento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e  della Corte penale internazionale per l’apertura di un’inchiesta sulle responsabilità italiane in merito ai crimini contro l’umanità che si consumano in Libia.

L’appello parte dal caso Open Arms. “Le autorità italiane hanno sequestrato la nave di salvataggio della ong spagnola – si ricorda nel documento - e hanno avviato indagini penali contro il coordinatore dell’ong e il capitano della barca. Questo perché si sono rifiutati di consegnare alla guardia costiera libica 218 persone che avevano salvato in acque internazionali. Le ong sono accusate di partecipazione al traffico di esseri umani”. Gli esperti di diritto ricordano che secondo il diritto internazionale, i comandanti sono tenuti ad assistere le persone in difficoltà in mare, e portarle in un luogo sicuro. “Il capitano della "Open Arms" ha rispettato questo requisito salvando le 218 persone e successivamente rifiutandosi di consegnarle allla Guardia costiera libica. Sulla base di rapporti ben documentati sui diritti umani, il capitano sapeva che questo avrebbe implicato esporre queste persone al rischio di essere sottoposti a tortura, trattamento inumano o degradante, schiavitù o lavoro forzato o obbligatorio”. Questo per gli accademici costituisce una grave violazione dei diritti umani e può raffigurare addirittura un crimine contro l'umanità. “La Libia non è un luogo di sicurezza come richiesto dalla legge internazionale – si legge ancora -. È, al contrario, l'Italia che agisce in violazione del diritto internazionale”.

Gli accademici esortano quindi l’Italia a cessare “la sua politica di promozione, coordinamento ed esecuzione dei rimpatri in Libia con effetto immediato”. Chiedono inoltre il dissequestro della nave di Open Arms. In caso contrario fanno appello per un intervento delle autorità internazionali, dall’Onu alla Corte penale internazionale. (ec)

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