L'ambulatorio che accoglie stranieri senza tessera sanitaria e homeless

Nel 1993 erano circa 300 i pazienti dell’ambulatorio gestito da medici e infermieri volontari dell'associazione Sokos di Bologna. Oggi fanno 6/7 mila visite all’anno. Molti tornano anche dopo la regolarizzazione. Perché come racconta il direttore sanitario Natalia Ciccarello: “Qui si sentono ascoltati e accolti”

05 aprile 2018

- BOLOGNA – Venticinque anni fa, quando hanno aperto l’ambulatorio, avevano circa 300 pazienti. Oggi hanno quasi 24 mila cartelle e fanno 6/7 mila visite all’anno. Sono i volontari dell’associazione Sokos, fondata nel 1993 a Bologna per prestare assistenza medica di base e specialistica gratuita e prescrivere farmaci a persone che altrimenti non potrebbero accedere alle cure, perché senza dimora o stranieri senza tessera sanitaria. “Passano 3 mesi perché chi arriva sul territorio italiano possa averla”, spiega Natalia Ciccarello, direttore sanitario, intanto è come se avessero un visto turistico. “In casi estremamente gravi, come quelli di persone che hanno bisogno di un ricovero ospedaliero urgente o hanno malattie croniche invalidanti, significa che per 3 mesi non possono fare assolutamente niente. Se andassero in ospedale dovrebbero pagarsi tutto, ma non ne hanno la possibilità”.

L’unica eccezione riguarda le donne, che hanno accesso diretto al Centro per la salute delle donne immigrate e loro bambini, in via Beroaldo, “indipendentemente dalla loro condizione e posizione in Italia”, si specifica sul sito dell'Asl. “Solo ieri mi sono arrivate due richieste di informazioni per 2 casi di trapianto, una per un bambino molto piccolo e un’altra per un 19enne”. La dottoressa racconta che spesso le strutture ospedaliere si rivolgono a Sokos per sapere come comportarsi, per esempio in questo caso si trattava di pazienti provenienti dalla Romania e dall’Albania. “Purtroppo devono aspettare 3 mesi per accedere al Servizio sanitario nazionale, ma con la leucemia non è possibile attendere così tanto e allo stesso tempo le loro famiglie non possono permettersi le spese per il trapianto. Non si può aspettare, le persone muoiono”. 

All’ambulatorio di Sokos, che si trova in una zona periferica del quartiere Navile, in via Gorky 12, vicino a un grande supermercato, si cura anche chi non ha il tesserino Stp (Stranieri temporaneamente presenti) o la tessera Eni (Europei non iscritti, previsto per i cittadini neo-comunitari di Romania e Bulgaria). Ci sono una quarantina di medici, 10 operatori addetti all’accoglienza e un farmacista. “Abbiamo anche una farmacia interna, ma per chi ha un tumore e ha bisogno di una chemioterapia, per situazioni di questa gravità, non sappiamo come rispondere. Bisogna trovare una soluzione”, incalza Ciccarello. Si ricorda di tanti pazienti incontrati negli anni che non potevano essere curati nel loro Paese di origine, e che allo stesso tempo non erano in grado di sostenere la spesa delle cure in Italia, trovandosi al di fuori del Ssn. Passati i 3 mesi iniziali di permanenza, si presenta un altro problema: “A quel punto possono accedere alle cure, ma il loro Paese di origine non dà più il visto per tornare in Italia, quindi il paziente non potrà più fare i controlli previsti nella struttura in cui è stato operato”, chiarisce il medico. 

Il personale di Sokos offre visite specialistiche in cardiologia, gastroenterologia, urologia, ortopedia, psichiatria, psicologia, neurologia, terapia del dolore, ecografie e altri esami diagnostici, a partire da quelli ematici. In base a una convenzione con l’Asl, prescrive farmaci su ricetta rossa, quella del Ssn. “A volte capita di non poterli prescrivere a chi non ha il tesserino, se non li abbiamo nella nostra farmacia interna”, aggiunge Ciccarello. Da vent’anni è volontaria come medico di base. Come i suoi colleghi dell’associazione, è in pensione. “Il mio sogno era di andare in Africa. Poi mi sono accorta che un’Africa esiste qua in Italia, fatta di realtà nascoste a chi vive in una condizione agiata. All’inizio sono rimasta molto meravigliata, poi ho iniziato a inserirmi. Negli anni si crea un rapporto molto stretto con i pazienti. Alcuni tornano da noi anche dopo essersi regolarizzati, perché qui si sentono ascoltati e accolti, sono persone che hanno molto bisogno di parlare”. 

Fino a qualche anno fa la maggior parte degli utenti erano donne provenienti da paesi dell’Est Europa. “Le badanti si regolarizzano, ma tornano da noi quando perdono il lavoro”, sottolinea Ciccarello. Oggi i pazienti sono soprattutto giovani uomini di svariate provenienze e “negli ultimi 2 o 3 anni sono aumentati gli italiani senza dimora, che si rivolgono a noi perché senza la residenza non hanno accesso al medico di base”. Per tutte queste persone l’ambulatorio di Sokos diventa l’accesso alle cure, la possibilità di vedersi riconosciuto il “fondamentale diritto dell’individuo” alla salute, che “la Repubblica tutela”, dice la Costituzione all’articolo 32, riconoscendolo anche come “interesse della collettività”, e per questo stabilisce che vanno garantite “cure gratuite agli indigenti”. Un'occasione di confronto su questi argomenti sarà il convegno per i 25 anni di Sokos, in preparazione per il 19 maggio a Bologna. (Benedetta Aledda)

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