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Il Bologna Football club adotta la scuola che allena giovani con disabilità

Si chiama Bologna Fc senza barriere e utilizza lo sport come strumento per l’inclusione sociale. “Vogliamo aiutare le famiglie che non avrebbero mai pensato di portare in campo i figli. Ma il valore dello stare insieme va oltre il calcio”, racconta l’allenatore Giovanni Grassi, ideatore del progetto

25 aprile 2018

BOLOGNA – Gli allenamenti sono iniziati 2 anni fa a Castel San Pietro Terme. Da un anno giocano anche a Bologna, in zona Barca. E da maggio calpesteranno l’erba pure a Imola. Finora le ragazze e i ragazzi coinvolti sono una trentina, soprattutto maschi. “L’abbiamo chiamata ‘scuola calcio integrata’ e il nostro slogan è ‘calciando la Dis-Abilità’”, spiega il fondatore Giovanni Grassi. Per 35 anni è stato allenatore nelle scuole calcio che praticano l’agonismo, ma da due anni si dedica solo a questa attività e non tornerebbe più indietro.

Bologna calcio senza barriere

È la prima esperienza nel suo genere patrocinata da Aiac, l’associazione italiana allenatori di calcio. Rispetto alle altre scuole calcio non fanno partite e tornei e la fascia d’età è molto elastica. Può capitare che si allenino insieme un bambino di 4 anni con autismo e un ragazzo di più di vent’anni con sindrome di Down. “L’abbiamo pensata per includere”, spiega Grassi. A correre dietro al pallone ci sono ragazze e ragazzi con disabilità mentali di vario tipo. Ma anche alcuni che, per timidezza o per difficoltà motorie, non hanno potuto fare questa esperienza altrove. “Ora il Bologna F.C. 1909 ci ha adottato e questo ci dà molta visibilità in ambito sportivo”, sottolinea Grassi, che presiede l’associazione sportiva Edu In-Forma(Zione) Renzo Cerè Bologna

È così che è nata Bologna F. C. senza barriere, con lo scopo di “utilizzare lo sport come strumento per lo sviluppo dell’autonomia e della creatività, per il raggiungimento di un maggior benessere psicofisico personale, per un miglioramento dell’inclusione sociale, dell’integrazione tramite lo sviluppo delle capacità relazionali e per abbattere qualsiasi barriera”, si legge sul sito della società calcistica di serie A.

Oggi sono impegnati 15 volontari fra allenatori, educatori e altri collaboratori. Prima di iniziare questa esperienza si sono preparati e continuano a fare “verifiche di gruppo” per valutare come stanno lavorando. Si sono ispirati all’esperienza di Marco Calamai, l’allenatore di pallacanestro che ha lasciato la serie A per dedicarsi al basket per giocatori disabili. “Ci ha aiutato a capire cosa vuol dire stare coi disabili. Poi la gioia del gioco ha reso tutto più semplice. Non servono scienziati, il campo è una medicina straordinaria a livello psicologico”, riassume Grassi. 

I loro calciatori non sono impegnati in attività agonistiche, qualche volta fanno delle partite con squadre amiche, ma “il gioco è libero” e si possono provare anche altri sport. “Non tutti sono in grado di allenarsi in gruppo”, in particolare chi ha una forma di autismo. “Però solo un ragazzino con autismo non è riuscito a entrare in campo e la famiglia ha dovuto rinunciare”. Una ragazza di 20 anni, invece, “ha raggiunto un risultato straordinario – riferisce l’allenatore –. Quattro mesi fa, i genitori di ci hanno detto: ‘Secondo noi è attratta dalla palla’. Aveva bisogno che qualcuno le desse l’opportunità di entrare in campo. All’inizio ci stava non più di 20 minuti e solo alla presenza dei genitori, oggi rimane per tutto l’allenamento e senza di loro. Bisogna vedere come sono felici i genitori quando vengono a prenderla”. L’anno scorso ha partecipato un’altra ragazza. Lei non aveva disabilità, “era solo molto timida”. 

Stiamo osservando miglioramenti nei ragazzi autistici. Migliorano le relazioni, c’è anche qualche litigio che va oltre la disabilità”. Al centro sportivo Barca arriva anche un ragazzo da Porretta Terme, perché i genitori sono disponibili a fare un sacrificio se può dare qualche beneficio ai figli e all’intera famiglia. Aprire a questi ragazzi loro l’opportunità di allenarsi in una scuola calcio significa fargli sperimentare “il rispetto delle regole, il rispetto reciproco, abituarli a lavorare, a raccogliere l’attrezzatura, oltre che a farli sentire dei veri giocatori”. Visto che l’obiettivo del progetto è l’inclusione, “Vogliamo bambini normodotati a giocare con noi. Altre società ci mandano a rotazione alcuni dei loro ragazzi, poi smettono”, riferisce Grassi, che fa un invito: “Fateli venire, se li portiamo in mezzo ai disabili, un po’cambiano spirito. Può essere un antidoto al bullismo”. 

La gestione sui campi da gioco rimane in capo ai volontari dell’associazione, ma ora che sono stati adottati da un club professionistico, i giocatori di Edu In-Forma(Zione) avranno le maglie del Bologna, che hanno già indossato allo Stadio Dall’Ara presentando il progetto – “per loro è stato un momento magico”. Questo farà scendere anche il costo annuo dell’iscrizione (oggi 200 euro per due allenamenti settimanali e 100 per uno), che dovrà coprire solo l’assicurazione e l’affitto dei campi. (Benedetta Aledda)

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