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Alfie Evans, nuovo "no". La famiglia teme per il piccolo

La Corte d'Appello conferma il rifiuto del volo per Roma: per cambiare le decisioni prese non è ritenuto sufficiente il fatto che il bambino sia ancora vivo. "Si continui con il piano di fine vita". Possibile un ricorso alla giurisdizione italiana, ma intanto l'ospedale preme perché sia impedita l'erogazione di ossigeno al bambino da parte dei genitori

25 aprile 2018

ROMA - La Corte d’Appello di Londra ha rigettato il ricorso dei genitori del piccolo Alfie Evans contro il rifiuto di autorizzare il trasferimento del bambino da Liverpool a Roma: secondo i giudici nessuna circostanza avvenuta nelle ultime 48 ore ha modificato la validità del piano originario, neppure il fatto che, contrariamente alle previsioni, Alfie Evans respiri da solo. "Siamo nel pieno di un piano di cure palliative all'Alder Hey", ha affermato il giudice capo McFarlane sentenziando che non vi è alcuna base per sostenere che il precedente giudizio fosse sbagliato. Nel concreto questo significa che Alfie Evans non solo non può lasciare l'ospedale, ma anche che il "protocollo di fine vita" va avanti e che al piccolo non verrà ristabilito il supporto vitale della ventilazione. A rischio inoltre è anche la somministrazione di ossigeno che la famiglia ha approntato in questi giorni e che l'Alder Hey Hospital vorrebbe invece fosse rimossa. Il che, nelle difficili condizioni del bambino, avrebbe ovvie conseguenze.

STOP ALL'OSSIGENO? Subito dopo il giudizio della Corte, all'Alder Hey Hospital sono arrivati decine di poliziotti, che sono stati posti a presidio della struttura, mentre i manifestanti - come al solito - si trovano ad una certa distanza dall'ingresso. Già nel pomeriggio la zia di Alfie aveva fatto sapere che all'ingresso del reparto le borse dei componenti della famiglia venivano perquisite per impedire che arrivassero nella stanza del bambino dei dispositivi ossigenanti. E lo stesso Tom Evans aveva raccontato, prima dell'udienza, che i sanitari avevano chiesto di rimuovere la maschera che stava dando ossigeno ad Alfie con la motivazione che essa non fosse legalmente di proprietà dell'ospedale (era stata appunto portata dalla famiglia): precisato che la maschera utilizzata era comunque un prodotto autorizzato dal sistema sanitario inglese, gli Evans hanno domandato che pertanto fosse l'ospedale a metterne a disposizione una, per sentirsi rispondere che non ve ne erano di disponibili. Tutto ciò, unitariamente alla circostanza che la polizia ha avvisato di monitorare i gruppi di sostegno presenti sui social network, e al fatto che alcuni profili Facebook siano stati - almeno temporaneamente - bloccati (compreso quello di Tom Evans, e Facebook è il canale quasi esclusivo utilizzato dalla famiglia per far sapere cosa succede ad Alfie), lascia intendere che il punto della ossigenazione potrebbe essere il prossimo a scatenare un dissidio fra sanitari e famiglia, con i primi orientati a pretenderne la rimozione

LA CORTE. La Corte d'Appello ha respinto tutte le argomentazioni portate avanti dai due avvocati del padre e della madre di Alfie. Non solo quella secondo cui le circostanze sono cambiate rispetto alla decisione del febbraio scorso (perché Alfie respira da solo e perché la strada del Bambino Gesù è concretamente realizzabile) ma anche quelle che puntavano sulla novità della cittadinanza italiana del bambino per far valere il diritto comunitario e la libertà di circolazione interna alla Ue, incluso il diritto alle cure all'estero. Il diritto comunitario - è stata di rimando l'argomentazione del giudice - non può modificare il dovere della Corte di decidere sulla base del "best interests" di Alfie e "tutti i diritti che altri hanno, in particolare i genitori, ricadono in una categoria subalterna”. Eccolo, il punto chiave di tutta la vicenda, quel "migliore interesse" che viene individuato dalle Corti nell'applicazione del protocollo di fine vita di Alfie. Caduto nel vuoto così l'appello dell'avvocato del padre di Alfie che aveva chiesto alla Corte di "uscire dalla camicia di forza giudiziaria di un sistema per cui il best interests equivale a morire".

LA GIURISDIZIONE ITALIANA. Quanto alla cittadinanza italiana, la Corte ha affermato - in tema di trasferimento a Roma - che "Italia e Vaticano non hanno giurisdizione in merito alla decisione da prendere su Alfie". L'avvocato Coppel, in rappresentanza della madre di Alfie, ha ricordato ai giudici che "l'uccisione di un cittadino italiano all'estero è una questione che rientra nella giurisdizione dei tribunali penali italiani" e che pertanto il personale sanitario dell'Alder Hey Hospital potrebbe essere esposto, in caso di morte di Alfie, ad essere perseguito dalla giustizia italiana. Il giudice McFerlane ha chiesto se vi fossero al momento dei contenziosi penali aperti dalla magistratura italiana (facendo intendere che solo in quel caso si sarebbe considerata la cosa), ricevendo per risposta un "no" dell'avvocato. E' proprio questo lo spunto su cui l'avventura legale potrebbe proseguire (la famiglia può presentare un ricorso urgente al giudice italiano), ammesso che ci sia il tempo sufficiente perché ciò avvenga. E' da riferire peraltro che in udienza è stata avanzata la possibilità - in ambito britannico - che il padre di Alfie denunci tre medici dell'ospedale che si occupano del figlio per cospirazione finalizzata all'omicidio. 

IL DATO CLINICO. L'udienza ha messo in evidenza ancora una volta le opposte visioni in gioco. "C'è un consenso generale sul fatto che Alfie stia morendo - ha affermato il giudice King - e l'evidenza consiste nel fatto che è improbabile che provi dolore, ma che ogni cosa che gli permetta di apprezzare la vita, anche il semplice tocco della madre, è stato distrutto irreversibilmente”. Parole che sono state criticate dalla famiglia, come quelle pronunciate dai legali dell'ospedale, che hanno affermato in giudizio di non aver mai affermato che Alfie sarebbe morto in tempi rapidi dopo il distacco del ventilatore: "La respirazione continuata al massimo può essere stata una sorpresa per il pubblico, ma non lo è di certo per i medici; nessuno alla famiglia ha detto che Alfie sarebbe morto subito o prima dell'alba. Nessun medico avrebbe potuto”. Affermazioni alle quali in aula l'avvocato del padre di Alfie ha replicato dicendo: "Ammettiamo che questo sia un tentativo tutto in salita ma non accettiamo che si dica che quanto sarebbe successo dopo il distacco della ventilazione fosse incerto”. In seguito, sui social la famiglia Evans pubblicherà i resoconti giornalistici delle udienze dei mesi scorsi in cui i medici affermavano che Alfie sarebbe vissuto "just a few minutes" (solo qualche minuto) e che la morte sarebbe arrivata in modo abbastanza veloce ("quite quick") in caso di sospensione della ventilazione. (ska)

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