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Alfie Evans, armistizio fra famiglia e ospedale: "Costruiamo un ponte"

Cambio di rotta a Liverpool: dopo un incontro durato ore fra lo staff medico dell'Alder Hey Hospital e la famiglia Evans, il padre Tom comunica la scelta di spegnere i riflettori sul caso: "Nel suo interesse, lavoreremo con i sanitari ad un piano per Alfie". Stop a interviste, appello ai sostenitori perché tornino a casa

26 aprile 2018

ROMA - Cambio di rotta a Liverpool, dopo giorni di accuse e ostilità i medici dell'Alder Hey Hospital e la famiglia Evans firmano una sorta di armistizio che da un lato spegne i riflettori sul caso, diventato ormai internazionale, e dall'altro viene incontro (ma in che modo non viene rivelato) alle richieste delle famiglia di supportare il piccolo Alfie. 

Dopo un incontro durato ore ai piani alti dell'Alder Hey Hospital, Tom Evans è sceso in strada, come è solito fare ormai da giorni, per rilasciare dichiarazioni alla stampa internazionale. Un minuto scarso in cui ha letto un comunicato scritto, senza aggiungere altro e senza rispondere a nessuna domanda.

LA DICHIARAZIONE. "Le nostre vite - ha affermato a nome suo e della moglie Kate - sono state stravolte dalla fortissima attenzione su Alfie e sulla sua situazione. La nostra piccola famiglia e l'Alder Hey sono diventate il centro dell'attenzione per moltissima gente di tutto il mondo e questo ha significato che non ci è stato possibile vivere come avremmo voluto. Siamo molto grati e apprezziamo tutto il supporto che abbiamo ricevuto da tutto il mondo, compresi i nostri sostenitori italiani e polacchi, che hanno dedicato il loro tempo e il loro supporto alla nostra incredibile lotta. Vi chiediamo ora - ha detto - di tornare alla vita di tutti i giorni e permettere a me, a Kate e all'Alder Hey di creare una relazione, di costruire un ponte e di attraversarlo". "Desideriamo inoltre ringraziare lo staff di Alder Hey ad ogni livello per la dignità e professionalità dimostrata in un periodo incredibilmente difficile anche per loro. Insieme riconosciamo le tensioni che gli eventi recenti hanno provocato e ora desideriamo privacy per tutti gli interessati". "Nell'interesse di Alfie - afferma Tom Evans nel passo cruciale del comunicato - lavoreremo con il suo team di trattamento su un piano che fornisca al nostro ragazzo la dignità e il conforto di cui ha bisogno". Da questo momento in poi non saranno più rilasciate dichiarazioni e non saranno concesse interviste. Speriamo che tutto ciò sia rispettato".

VANTAGGI PER TUTTI. La dichiarazione, in sé molto criptica, lascia intendere che ospedale e famiglia abbiano sotterrato l'ascia di guerra e si siano convinte a scendere a patti: troppo negativo, per gli uni e per gli altri, continuare una reciproca lotta senza quartiere. Dal punto di vista giudiziario l'ospedale è uscito evidentemente vincente, dato che tutte le richieste degli Evans sono rimaste inascoltate, ma è altrettanto vero che l'attenzione mediatica sul caso di Alfie ha riversato sul nosocomio di Liverpool un'attenzione che i vertici della struttura, e tutti i sanitari, avrebbero volentieri evitato. Un'attenzione che di per sé non accennava a placarsi, e che anzi negli ultimi giorni è cresciuta anche in Gran Bretagna, in principio piuttosto fredda e distaccata nel raccontare la storia di questo bambino. Sui giornali sono iniziati a comparire distinguo e punti di vista differenti da quelli che finora si erano monoliticamente espressi a sostegno di medici e ospedali, e l'opinione pubblica si è accorta di una vicenda e ha iniziato ad interessarsene. E non poteva essere altrimenti, di fronte al caso quanto meno anomalo di una vertenza legale che arriva a sentenza ma di un "caso" che non si conclude perché il soggetto interessato, a dispetto delle previsioni, continua a vivere.

L'esposizione mediatica ha certamente danneggiato l'ospedale, e non stupisce quindi che uno dei punti di partenza della nuova "collaborazione" fra medici e familiari consista proprio nel porre fine al clamore. D'altro canto, i familiari hanno da sempre un obiettivo principale: custodire la vita di Alfie e metterlo nelle migliori condizioni possibili. Rinunciando alla pressione mediatica verso l'ospedale, possono trattare e ottenere concessioni che finora non erano state neppure prese in considerazione. Non certamente il viaggio a Roma, che è stato espressamente negato dai giudici, ma sicuramente un possibile trasferimento a casa, per poter accudire Alfie fra le pareti domestiche. 

A CASA. E che questo sia il primo obiettivo - non è dato sapere se già concordato nei dettagli oppure no - lo chiarisce la stessa famiglia Evans: uno degli zii di Alfie, infatti, ha commentato - e smentito - le indiscrezioni di Sky News che parlavano di due genitori "che si preparavano ad affrontare la morte del loro figlio". "Non è questo il piano", è stato comunicato sul profilo ufficiale Alfie's Army, sottolineando che Alfie, arrivato in quel momento a 72 ore di respirazione autonoma, "sta bene". E si precisa: "Thomas e Kate non si stanno preparando alla morte del loro figlio in nessun modo: la loro priorità è quello di farlo tornare a casa ed è questo che hanno intenzione di fare con l'aiuto e l'accompagnamento dell'Alder Hey". E ancora, direttamente dal profilo di Tom Evans: "Se è in questo modo che possiamo portare nostro figlio a casa, allora vi prego di rispettare quanto vi chiediamo, di continuare a sostenerci ma senza proteste o minacce verso il personale". 

DIPLOMAZIA E GIURISDIZIONE ITALIANA. Ciò non toglie che l'attenzione al caso si mantenga alta, e che i vari team legali non continuino a fronteggiarsi e a guardarsi a distanza. Dal punto di vista giudiziario però per I legali della famiglia l'unica strada è quella - comunque in salita - che porta al riconoscimento di una qualche giurisdizione italiana sulla situazione del piccolo Alfie. Al Console Generale presso l’Ambasciata Italiana a Londra – ha fatto sapere Steadfast, una delle organizzazioni che cura in Italia gli interessi degli Evans - è stato presentato un ricorso perché si attivi come Giudice Tutelare di un minore italiano all'estero e chieda alla Corte Europea di Giustizia un giudizio sui diritti lesi di Alfie e, nell’immediato, un provvedimento cautelare che ordini alle autorità inglesi di preservare l’integrità del bambino fino al suo pronunciamento (il riferimento è alle norme sui poteri dell’autorità consolare italiana contenute nel decreto legislativo n.71/2011). Anche altre opzioni sono aperte (comprese quella che puntano sulla tutela di un cittadino italiano in pericolo di vita) e al Ministero degli Esteri italiano la questione Alfie Evans continua a tenere banco, ma è indubbio che la prosecuzione di una (ardua) avventura giudiziaria potrebbe comunque non portare benefici concreti alla situazione del bambino. O non portarli in tempi brevi. Si spiega anche . e forse soprattutto così - il cambio di rotta degli Evans, che infatti fanno riferimento, nella loro dichiarazione, al "best interest" di Alfie. In un'accezione, stavolta, evidentemente differente rispetto a quella che finora ha caratterizzato tutta la vicenda. (ska)

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