1 maggio, lavoro per tutti: "Incentivi alle aziende e investire su scuola e cultura"

In vista del 1 maggio le associazioni fanno “il punto” sulla realtà dell'inserimento lavorativo per le persone disabili, così come è stato riformato dal Jobs Act. Formazione scolastica e barriere culturali, tra i nodi critici. I punti di vista di Fish, Uildm e Anmic

30 aprile 2018

ROMA – Primo maggio, festa per lavoro. Ma la festa, come il lavoro, deve essere per tutti. Un obbligo sancito dalla legge, ma che ancora fatica ad affermarsi nella realtà. In occasione della Festa dei lavoratori abbiamo quindi chiesto ad alcune associazioni di -offrirci il loro punto di vista, evidenziando soprattutto gli ostacoli che ancora si trovano sul cammino verso l'effettiva inclusione lavorativa delle persone con disabilità, alla luce della legge 68/99 e delle modifiche apportate dal Jobs Act. 

Fish, “servizi per l'impiego, linee guida e banca dati. Ecco cosa manca”. Per quanto riguarda il “nodo critico” della chiamata nominativa, per Fish si tratta di “una soluzione in sé neutra, che può rappresentare un’occasione per ampliare l’inclusione oppure, viceversa, rivelarsi un boomerang. Ciò che fa effettivamente la differenza è la capacità di azione, di intervento, di monitoraggio, di mediazione della rete dei servizi per l’impiego. In tal senso portare a compimento la riforma dei servizi per l’impiego gioca un ruolo fondamentale per l'accusabilità di chi cerca un lavoro, sia egli una persona con disabilità o meno. Il decreto attuativo del Jobs Act (il 151/2015) su questi aspetti reca molti input e segnali interessanti, in parte anche espressione del movimento delle persone con disabilità. Ma essi devono essere applicati, resi operativi in maniera uniforma sul tutto il Paese, promuovendo un rinnovato modo di operare e gestire i sostegni, i supporti, le mediazioni”. Le criticità piuttosto, sia del Jobs Act sia della Riforma Madia sul pubblico impiego, derivano dai rallentamenti nelle applicazioni operative, come pure della declinazione di alcuni contenuti. Ad esempio, mancano ancora all’appello le linee guida in materia di collocamento mirato delle persone con disabilità previste dal decreto 151/2015. Colmare al più presto questa lacuna è una nostra richiesta politica che abbiamo già espresso. Un altro cono d’ombra è l’aspetto del monitoraggio, indispensabile per conoscere, affrontare, gestire il tema dell’inoccupazione e della disoccupazione delle persone con disabilità. Gli ultimi dati li rileviamo dalla Relazione sullo stato di applicazione della Legge 68/1999 che risale ormai a 4 anni fa e che recava informazioni piuttosto carenti, visto che una parte delle province non aveva nemmeno risposto. Anche in questo caso attendiamo la costituzione della 'Banca dati del collocamento mirato', anch’essa prevista dal decreto legislativo 151”. Infine, per Falabella, “c'è il tema dello stigma, della discriminazione, e quindi della promozione della consapevolezza. Sono ambiti che più di altri vanno al di là delle norme e delle politiche specifiche: sono chiamati tutti ad agire anche culturalmente per una immagine corretta e positiva delle differenze”. 

Uildm, “il problema sono scuola e cultura”. Secondo l'Unione italiana per la lotta alla distrofia muscolare, “il vero fulcro del problema è nel livello di formazione scolastica delle persone con disabilità, che spesso determina una scarsa capacità competitiva nel mondo del lavoro - spiega il segretario nazionale Alberto Fontana - La reale inclusione scolastica delle persone con disabilità non è ancora totalmente realizzata e la possibilità di accedere a percorsi di studio è tuttora difficile perché esistono ancora molte barriere architettoniche e mentali che non favoriscono la piena partecipazione”. Per quanto riguarda nello specifico la riforma del collocamento mirato operata dal Jobs Act, “crediamo il vero problema non sia nelle specifiche norme, ma sia a livello culturale e legato al fatto che le persone con disabilità sono considerate un peso e non una risorsa per questo paese. L’inserimento lavorativo delle persone con disabilità è una possibilità per l’azienda, sia in termini lavorativi che comunicativi. Possiamo lanciare un messaggio positivo: un’azienda che ha nel proprio organico persone con una disabilità è un’azienda sana (di principi), ma anche più competitiva, perché può trarre dalla diversità e dallo scambio spunti, idee e forze nuove. È necessario quindi un investimento culturale nei confronti dell’opinione pubblica e del mondo di rappresentanza delle aziende (associazioni di categoria). Occorre anche incrementare gli incentivi economici alle aziende, potenziare l'inclusione scolastica e l’abbattimento delle barriere e ribadire sempre come forza il valore della legge 104 come risorsa e strumento di solidarietà, contro gli abusi di chi non la utilizza nella maniera corretta”. Sempre in materia di inserimento lavorativo, Uildm si è aggiudicata la prima posizione con il progetto “PLUS” nella graduatoria dei progetti finanziati dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali con il primo bando “unico” previsto dalla riforma del Terzo settore ed emesso lo scorso novembre. “Si tratta di un progetto di inclusione socio-lavorativa per le persone con disabilità, della durata di 18 mesi, attraverso l’attivazione di borse formazione lavoro – conclude Fontana - Il progetto verrà avviato nei prossimi mesi, non appena ci sarà l’ok dal ministero”.

Anmic. Secondo il presidente Nazaro Pagano la chiamata nominativa (su cui il Jobs Act ha puntato molto), per il solo fatto di essere nella discrezionalità del datore di lavoro presenta "elementi di inopportunità". Di fatto, spiega, "potrebbe tradursi in una gestione clientelare in quanto il datore di lavoro utilizzerà come unico criterio quello della propria convenienza, e la persona con disabilità sarà costretta a cercare di ottenere come favore quello che invece è un diritto". Un aspetto fatto presente - e avversato - "in ogni ambito istituzionale dove si è discusso del problema, perché invece di denunciare chi non ottempera agli obblighi previsti dalla legge 68/99 inasprendo il contrasto alle inadempienze, si è concessa la massima libertà discrezionale ai datori di lavoro". Anmic esprime dunque "perplessità sul nuovo assetto normativo che, prescindendo dalla considerazione delle peculiarità del rapporto di lavoro dei disabili, sia fisici che psichici, ha introdotto un sistema di minori tutele che, seppur finalizzato ad una flessibilità per attrarre investimenti, ha di fatto privilegiato l’utile economico rispetto alla sicurezza del lavoratore disabile e della sua famiglia". I cardini su cui puntare per incrementare l'inclusione lavorativa sono per Anmic l'eliminazione del carattere esclusivo della chiamata nominativa ai fini dell’assunzione dei disabili e la stabilizzazione permanente del sostegno economico per i più gravi, oltre al mantenimento del sistema tabellare e all'integrazione con la valutazione bio-psico-sociale nei casi di necessità della individuazione di un percorso lavorativo complesso e formazione dei criteri ICF. Viene segnalata poi la necessità di una copertura reale delle scoperture esistenti nel settore privato e soprattutto pubblico e il mantenimento del principio del rispetto delle mansioni equivalenti a quelle di assunzione, quale limite allo ius variandi introdotto con la modifica dell’art 2013 del C.c per i lavoratori disabili. Infine, il rafforzamento del ruolo delle associazioni di categoria e delle parti sociali all’interno degli organismi territoriali preposti all’incontro tra domanda e offerta di lavoro, e il rafforzamento legislativo dell’istituto dell’accomodamento ragionevole. Anmic chiederà al nuovo governo, alle forze politiche e alle parti sociali un "confronto serio e responsabile in modo da modellare 'il sistema lavoro' dei disabili sulla base dei principi di piena inclusione sociale come delineati dalla Costituzione repubblicana e dalla convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità". (cl)

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