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La tratta per sfruttamento lavorativo cresce. "Rari processi e condanne"

I risultati del report di Greta, il gruppo di esperti del Consiglio d’Europa. In diversi Paesi europei ha superato lo sfruttamento sessuale come principale forma di traffico di esseri umani. Tra le vittime soprattutto uomini sfruttati nell’industria, in agricoltura, nell’edilizia. Le donne nel lavoro domestico e di cura

28 aprile 2018

BOLOGNA - In Europa cresce il traffico di esseri umani ai fini dello sfruttamento lavorativo, tanto che in diversi Paesi ha superato lo sfruttamento sessuale come principale forma di tratta. La reale portata di questo fenomeno è sottostimata e sono pochi i -procedimenti che vanno a buon fine e le condanne. È quanto emerge dal settimo Report del gruppo di esperti sulle azioni contro il traffico di esseri umani (Greta, Group of experts on action against trafficking in human beings) del Consiglio d’Europa. “Il nostro
monitoraggio mostra che sono sempre di più le persone vittime di tratta, costrette a lavorare in pessime condizioni in Europa, sia all’interno che oltre i confini nazionali – ha detto Siobhán Mullally, presidente di Greta – Le vittime sono spesso riluttanti a uscire allo scoperto perché temono deportazioni o ripercussioni da parte delle reti criminali della tratta. Procedimenti e condanne dei responsabili sono molto rari”.

Basato su un monitoraggio Paese per Paese, il Report di Greta mostra come lo sfruttamento ai fini lavorativi sta emergendo come forma principale di traffico di esseri umani in molti Paesi tra cui Belgio, Cipro, Georgia, Portogallo, Serbia e Regno Unito. Le vittime sono soprattutto uomini, ma non mancano donne e minori. Gli uomini sono sfruttati nell’industria, ma anche in agricoltura, nel settore delle costruzioni e nella pesca. Mentre le donne sono sfruttate in situazioni più isolate come il lavoro domestico o di cura,
dove spesso sono vittime anche di sfruttamento sessuale. “Alcuni Paesi hanno fatto importanti passi in avanti in questo ambito, ma molti altri devono migliorare le loro politiche e pratiche – ha concluso Mullally – Gli Stati europei devono lavorare a stretto contatto con le ong, i sindacati e le aziende private per porre fine a questa atroce forma di sfruttamento e abuso”. (lp)

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