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Prato, il profugo maliano assunto in Polizia

Un giovane rifugiato collabora con la Questura di Prato come interprete e mediatore. “Quando guardo negli occhi i migranti arrestati, mi viene da piangere. Ma se vivi in Italia per spacciare, è meglio tornare in Africa”

30 aprile 2018

- PRATO - S. è un rifugiato del Mali. E’ sbarcato a Messina nel maggio 2015. E’ stato accolto da una cooperativa pratese. Ha cominciato a studiare l’italiano tutti i giorni, ha seguito le scuole serali, ha ottenuto il diploma di terza media. Oggi S., dopo tanti sacrifici, è stato preso a lavorare in Polizia. Ha un contratto di collaborazione alla Questura di Prato, dove fa l’interprete e il mediatore culturale. Quando i poliziotti arrestano un africano, lui è sempre in prima linea. Il suo ruolo diventa fondamentale. Conosce quasi dieci lingue: italiano, inglese, francese, bambara, mandeng, gula, nigeriano. Proprio per questo è stato preso nella squadra della Questura. Perché lui parla le lingue di alcuni arrestati.

Spaccio, sfruttamento della prostituzione, risse. Questi i motivi per cui vengono catturati alcuni migranti africani. E per lui, ogni volta, è un pugno nello stomaco. “A volte li guardo negli occhi e mi viene da piangere. Questi ragazzi si ritrovano a delinquere perché sono emarginati, e perché credono sia la via più semplice per mandare soldi a casa. A loro piacciono i sodi facili”. Lui non si limita a tradurre, ma cerca di convincere gli arrestati a cambiare vita: “Molti di questi migranti sono arrivati in Europa con l’idea di cambiare la propria la vita, ma se il modo di cambiarla passa dalla criminalità, è meglio che tornino a casa”. Lui glielo dice chiaramente: “Se stai qui e spacci, meglio rimpatriare, così vivi con più dignità”.

Certo non è semplice trovare un lavoro, soprattutto se sei un richiedente asilo in attesa dei documenti che tardano ad arrivare. Qualcuno però ci riesce, come S.. Ha ottenuto la protezione umanitaria. Ha svolto un corso di formazione professionale nel laboratorio di sartoria Waxmore. “A Bamako facevo l’elettrauto e l’autista, però la vita era difficile, non c’erano abbastanza soldi per offrire un futuro migliore a mia madre malata di diabete”. Così è partito. Il classico (e terribile) viaggio della speranza. Il deserto, la Libia, il gommone, lo sbarco. “Dall’Africa si ha la percezione che in Europa sia tutto semplice, ma invece non è così. Chi sta per mettersi in viaggio, deve sapere che vivere in Europa è molto difficile. Ai miei cugini e ai miei amici sconsiglio di partire, in Italia una stanza in affitto costa 300 euro. Corrispondono a 400mila Cfa, una cifra astronomica per l’Africa”.

 

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