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Giustizia, avvocati e magistrati per la riforma: "Non è uno svuotacarceri"

Due giorni di astensione dalle udienze e, oggi, manifestazione nazionale a Roma dei penalisti italiani per appoggiare la riforma dell’ordinamento penitenziario. Legnini (Csm): “Chi vuole sostenere tesi contrarie, deve avere la pazienza e l’umiltà di entrare nel merito”. Palma (garante dei detenuti): "Siamo ormai a un punto decisivo"

03 maggio 2018

ROMA - “Abbiamo la convinzione che molte persone questa riforma non l’abbiano letta. L’hanno utilizzata per fare campagna elettorale, ma la campagna elettorale è finita. Va ricordato a tutti che nelle nostre carceri c’è un suicidio a settimana. Che non ci sarà nessuno ‘svuota-carceri’, che le pene di cui si parla sono pene alternative che consentono -di avere una minore recidiva. Uno dei momenti di maggiore vergogna che ho provato come cittadino è stato quando l’Europa ci ha richiamato sulle carceri, mettendo in rilievo la disattenzione dell’Italia per gli ultimi”. Due giorni di astensione dalle udienze e una manifestazione nazionale che ha mobilitato i penalisti italiani: è stata questa l’energica risposta dell’Unione Camere penali allo stop subìto dalla riforma dell’ordinamento penitenziario, bloccata sul filo di lana dalla mancata calendarizzazione nell’ordine del giorno della commissione speciale. E nelle parole del Presidente dell’Ucpi, Beniamino Migliucci, tutta la volontà di non retrocedere di un millimetro per sostenere un percorso molto accidentato che ora rischia di non portare a niente.

“Condivido totalmente la posizione dell’Unione camere penali su questa materia e la sostengo convintamente – ha esordito nel corso della manifestazione, esprimendo la propria opinione, il vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, Giovanni Legnini -. Nel nostro Paese, soprattutto in materia di giustizia, spesso e fondatamente ci lamentiamo perché le riforme non sono organiche, di sistema, non sono dibattute sufficientemente in parlamento, non tengono conto dell’apporto degli specialisti e dell’opinione degli operatori sul campo, non tengono conto, spesso, della realtà. Ora invece, ci troviamo davanti a un caso forse unico, sicuramente raro, nel quale tutte quelle obiezioni che storicamente vengono rivolte a un legislatore a volte non attento, non possono essere rivolte in questo ambito. Anzi, in questo caso si è data risposta a tutte quelle obiezioni. Perché questa riforma – prosegue Legnini - è figlia di quell’iniziativa così importante, fortemente voluta dal ministro Orlando, degli Stati generali sull’esecuzione penale. E’ figlia delle battaglie radicali, della giurisprudenza costituzionale, della Corte europea dei diritti dell’uomo ed è il frutto anche dell’apporto di chi quotidianamente affronta i temi dell’esecuzione della pena. Ora, di fronte a un apporto così plurale, approfondito e specialistico, si può obiettare, ed è legittimo che questo accada, che quella impostazione non sia condivisibile. Ma di certo non si deve sostenere che quel pacchetto di disposizioni così prezioso, contenuto nel decreto delegato di riforme, produrrebbe effetti come quelli che sono stati indicati da più parti come ‘vuota carcere’, sul 41 bis ecc. Perché se si vogliono sostenere quelle tesi bisogna avere la pazienza e l’umiltà di entrare nel merito. E nel merito quelle cose lì non ci sono”.

“Dobbiamo avere il coraggio – ha spiegato il Garante nazionale di detenuti, Mauro Palma - di riaffermare il principio secondo il quale la privazione della libertà è il massimo della sofferenza che lo Stato è chiamato a dare: e che non si deve aggiungere altro. E’ quello, il senso della pena. Davanti a un vuoto politico e all’incapacità politica di dare nuove parole al senso comune, sono i momenti dei corpi intermedi, delle associazioni professionali e delle istituzioni di garanzia a farsi carico non solo di chiedere provvedimenti che doverosamente sono stati discussi per tempo dal Parlamento, ma anche di costruire culture diverse. C’è bisogno di colmare questo vuoto – sottolinea Palma -. Dal punto di vista normativo, e mi riferisco sempre al primo dei decreti perché trovo che sia legittimo e giusto che sugli altri due le commissioni di competenza di esprimano. E da quello culturale. Perché il vuoto non è mai vuoto: nel frattempo passano luoghi comuni, sensazioni anche un po’ di abbandono in alcuni istituti, che non fanno bene al sistema. Siamo ormai a un punto decisivo e ci sono tre possibili ipotesi, tutte praticabili: la prima, ne ha parlato già il ministro, è quella di considerare i 10 giorni decorsi dal momento della trasmissione. Il primo decreto è stato trasmesso e quindi il Consiglio dei ministri tra poco potrebbe essere nella posizione di emanarlo e non sarebbe una forzatura costituzionale. La seconda, ipotizzata dal presidente della Camera, Fico, è quella che la conferenza dei capigruppo lo assegni alla commissione speciale: in questo caso i 10 giorni ripartirebbero ma sarebbe una sorta di cortesia istituzionale. Nella terza ipotesi, il perdurare della situazione potrebbe anche determinare, nel frattempo, la formazione delle commissioni parlamentari. Ma è l’ipotesi più remota”. “Cosa fare se tutto si ferma? – si è chiesto il presidente Ucpi, Migliucci – Per quanto ci riguarda, noi continueremo a impegnarci da qui fino alla scadenza della delega”. (Teresa Valiani)

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