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Festa della mamma, un mattone per le donne nepalesi vittime di violenza

La ong cesenate Apeiron lancia una campagna di raccolta fondi per costruire a Kathmandu una nuova struttura d’accoglienza per donne maltrattate. La violenza di genere è la prima causa di suicidio tra le donne nepalesi in età riproduttiva

12 maggio 2018

CESENA – Oltre 500 ragazze, donne, mamme accolte in 10 anni, tutte sopravvissute a violenza di genere, privazioni di risorse, child marriage, abuso emotivo, aggressione fisica, stupro. Hanno tra i 21 e i 30 anni, arrivano dai distretti più remoti. Sono i numeri di CasaNepal, la struttura protetta che la onlus cesenate Apeiron gestisce a Kathmandu per accompagnare le sue ospiti in un percorso verso la stabilità socioeconomica, la riabilitazione psicosociale e, nel caso, anche il reinserimento nelle comunità di provenienza. “Negli anni la nostra struttura ha ampiamente dimostrato il suo valore – spiega la onlus –. Per il suo approccio survivor-centered, focalizzato sulla sopravvissuta, CasaNepal ha costi di gestione piuttosto elevati. Alla luce degli importanti risultati raggiunti, è emersa l’esigenza di garantire autonomia e sostenibilità alla struttura, per evitare che la sua esistenza e il suo funzionamento dipendano esclusivamente da contributi e fondi esterni”. 

Nel 2016, grazie a un importante lascito ricevuto da Apeiron nel corso del 2014, è stato possibile acquistare il terreno per la costruzione della futura CasaNepal: “Una struttura nostra, completamente nuova, per migliorare ancora i servizi offerti. Così, in occasione della festa della mamma, chiediamo a tutti un aiuto, un mattone per costruire concretamente la nuova struttura protetta”. Con una donazione di 25 euro, per esempio, si comprano 5 mattoni; con 50 euro lenzuola e coperte per 3 letti; con 250 euro un letto e un armadio; con 500 euro 100 mattoni; con mille euro, 3 porte e 3 finestre. “Primo passo, fondamentale, assicurare ad Apeiron la proprietà dell’edificio – spiegano –. Questo vorrebbe dire ridurre i costi di gestione – eliminando la spesa dell’affitto che è attualmente di circa 10 mila euro annui – e garantire maggiore stabilità, considerata l’aleatorietà dei contratti di locazione nel Paese. Inoltre, la costruzione di un edificio di proprietà destinato esclusivamente a ospitare la struttura di accoglienza per donne sopravvissute a violenze di genere, in conformità alle linee guida ‘The Rehabilitation Centers Operation’ del governo nepalese, ci permetterebbe di realizzarlo in maniera congeniale alla sua funzione”.

Il progetto prevede la realizzazione di 3 fabbricati principali, a cui affiancare altri edifici accessori: stanze, servizi, uffici, magazzini, una cucina, un asilo per i bimbi, un locale per la produzione di vari beni destinati alla vendita sul mercato locale e internazionale allo scopo di contribuire ai costi della struttura stessa. Ideato per la massima sostenibilità economica e ambientale, risponderà anche ai criteri antismici (poiché il complesso sorgerà su un’area a elevato rischio sismico). Costo totale, 170 mila euro. Per il lancio di questa campagna Apeiron ha realizzato un video per raccontare da vicino cos’è CasaNepal. La permanenza media nella struttura è di 6 mesi, durante i quali vengono fornite assistenza sanitaria, supporto psicosociale, assistenza legale e sicurezza. Le ospiti possono frequentare corsi di formazione professionale, in base alle loro passioni e interessi. “Per noi le priorità sono le necessità e i loro desideri – spiega Pragyaa Rai, Executive director di Apeiron Nepal –. Rispettiamo la loro autonomia e il loro diritto a prendere decisioni individuali. Vogliamo che abbiano il controllo del proprio percorso di recupero, e lo facciamo offrendo loro il supporto da parte di personale altamente qualificato”. Come spiegato nel video, secondo gli ultimi sondaggi, una donna nepalese su 5 è stata vittima di una qualche forma di violenza fisica nella sua vita, e più di una su 10 ha subìto un abuso sessuale. La violenza di genere è la prima causa di suicidio tra le donne nepalesi in età riproduttiva. Violenze, queste, figlie di un radicato patriarcato e di alcune pratiche tradizionali, come il matrimonio infantile, l’isolamento durante il ciclo mestruale, la poligamia, il limitato accesso delle donne a beni e ai diritti di cittadinanza. (Ambra Notari)

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