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Babita, Chaya, Sarita: le donne nepalesi rinate a CasaNepal

Storie di violenze e maltrattamenti, matrimoni combinati e vecchie credenze: sono quelle delle donne che in questi anni sono state accolte dalla struttura d’accoglienza che la ong cesenate Apeiron gestisce a Kathmandu

12 maggio 2018

donne Nepal

KATHMANDU (Nepal) – Babita – il nome è di fantasia – ha 16 anni. È una delle ragazze che, in questi anni, è stata accolta da CasaNepal. Alle scuole superiori, per caso, conobbe Sunil: “Non l’avevo mai incontrato, per sbaglio chiamò il mio cellulare. Mi piacque la sua voce e cominciammo a sentirci tutti i giorni”. Dopo l’esame di maturità, Sunil con alcuni amici andò al villaggio di Babita: “Disse subito che voleva sposarmi. Gli risposi di andare a parlare con i miei genitori, ma lui non volle. Ha cominciato a farmi pressione per scappare insieme e alla fine ho ceduto”. Il viaggio a Pokhara – “una bella città con un grande lago: mi sentivo incredibilmente libera e felice” –, l’arrivo a Kathmandu: “Sunil mi chiese di rimanere con i suoi amici mentre andava a cercare una stanza per noi, ma non è tornato. Quella notte uno di loro mi ha violentata: non sono riuscita a urlare, ero pietrificata dalla paura”. Il ragazzo fece ritorno il giorno dopo e condusse Babita in una periferia della capitale: “Mi lasciò da un suo zio, mi disse che usciva sempre per cercarci una stanza. Non tornò più, e quell’uomo anziano mi violentò ogni notte. Mi ha tenuta segregata in casa sua per 25 giorni, ero lì anche durante il terremoto”. Nel frattempo il fratello di Babita sporse denuncia contro Sunil che, rintracciato dalla polizia, venne obbligato a confessare dove fosse la ragazza. Babita venne inviata in una casa di accoglienza per donne, dove tentò il suicidio: “Non mi voleva più nessun centro: solo CasaNepal ha scelto di ospitarmi. Mi piaceva stare lì, mi piaceva come le persone mi ascoltavano. È venuta a trovarmi mia madre, Apeiron le ha pagato le spese di viaggio”. Oggi Babita vive da una cugina e prende regolarmente alcune medicine (le è stata diagnosticata una grave forma di depressione e un disturbo post-traumatico): Apeiron conduce un regolare monitoraggio sulla sua situazione. “Ho buoni rapporti con la mia famiglia, spero di diventare indipendente. Voglio combattere il traffico di donne e la violazione dei loro diritti”. 

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Anche Chaya, 21 anni, è stata accolta da CasaNepal. “Mi sono sposata quando ne avevo 19. All’inizio tutto andava bene, ma dopo qualche mese mi sono ammalata e le cose sono improvvisamente peggiorate. Nessuno mi ha aiutata a curarmi e sono dovuta tornare dai miei genitori e restarci per qualche giorno. Una volta tornata a casa, mio marito e i miei suoceri hanno iniziato a maltrattarmi verbalmente, emotivamente e fisicamente, sostenendo che avessi il cancro e accusandomi continuamente di non aver portato una dote sufficiente. Sono tornata di nuovo dai miei genitori”. A quel punto, i “saggi” della comunità la riportarono dal marito per capire che colpe avesse: “I miei suoceri ci hanno cacciati, dicendomi che, per loro, avrei potuto andare a vivere nella giungla”. Così, Chaya rimase dai genitori fino all’incontro con un’assistente sociale, che la convinse a denunciare il marito. Ma il processo andava per le lunghe, e la ragazza cominciò a deprimersi e a maturare pensieri suicidi: “La cosa più importante di cui avevo bisogno allora era un tetto e di sapere che potevo diventare indipendente. L’assistente sociale mi consigliò di andare a CasaNepal. È stato il consiglio migliore che abbia mai ricevuto. A CasaNepal ho imparato cosa significa vivere in un gruppo e non sentirmi sola, ho acquisito abilità utili nella vita quotidiana, ho imparato a fare a maglia e ho anche iniziato a ballare. Volevo fare un corso per diventare insegnante del metodo Montessori e CasaNepal mi ha fornito il migliore disponibile. Ho trovato lavoro appena terminato il corso”. Adesso Chaya insegna in una scuola montessoriana, con un regolare stipendio. Continua a vivere a CasaNepal: “Mi trasferirò quando avrò risparmiato a sufficienza. Qui posso parlare con la psicologa tutte le volte che voglio. Mi sento sicura di me stessa. Sono felice”. 

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Babita, Chaya, ma anche Sarita, 32 anni: “Ero convinta che fosse il mio destino di donna e moglie e che meritavo di essere picchiata. Pensavo che avere dei diritti fosse riservato solo agli uomini” e Mina, 22 anni: “Mi dicevano che non potevo guadagnare nulla perché ero analfabeta, che dovevo rimanere una schiava. Ora so leggere e scrivere. Faccio i conti e prendo le misure degli abiti da realizzare. Io cucio vestiti. Il mese scorso ho guadagnato 30 mila rupie nepalesi (circa 270 euro, ndr)”. (Ambra Notari)

 

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