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Il "ritmo misto" delle ballerine con disabilità: la danza è per tutte

Sette bambine tra i sei e i tredici anni, in carrozzina, ipovedenti o con altre disabilità, accomunate dalla stessa passione per body, scaldamuscoli e tutù. A Lavis, vicino Trento, una scuola di ballo ha organizzato un corso ad hoc per loro. E i miglioramenti sono evidenti

27 maggio 2018

"Ciao, volevo dirti che vorrei tanto fare danza". Un messaggio semplice ma con una carica esplosiva tale da mettere in moto una reazione a catena che ha portato a un risultato forse neanche lontanamente immaginato dalla protagonista. Serena, sette anni, in carrozzina dalla nascita, esprimeva spesso questo desiderio a Giulia Guglielmetti, fisioterapista del dipartimento di Neuropsichiatria infantile dell’Azienda sanitaria di Trento, durante le sedute di riabilitazione. Ad agosto dello scorso anno, le scrive su Whatsapp e -Giulia capisce che non può più rimandare la ricerca di una scuola di danza disponibile. Così invia il messaggio della bambina a Paulo Henrique Cruz, insegnante di capoeira, il quale, a sua volta, lo manda a Manuela Zennaro, direttrice della scuola di danza Ritmomisto, a Lavis, una manciata di chilometri dal capoluogo trentino, in cui lavora. A raccontare la sfida di queste piccole ballerine Marina Picona nel numero di maggio di Superabile il magazine di Inail.

"Quel messaggio mi ha fatto emozionare – racconta Manuela, che è anche insegnante –. Ho risposto subito di sì, istintivamente, forse con un po’ di incoscienza". Proprio in quel periodo la scuola sta traslocando in una nuova sede con spazi più idonei: basta mettere un montascale per quei pochi gradini di accesso e le barriere architettoniche sono eliminate. Per quanto riguarda il personale, una delle sue collaboratrici, Federica Coser, ha una formazione specifica per bambini speciali. I presupposti, quindi, ci sono, ma Manuela Zennaro non nasconde di essere stata colta, dopo il primo momento di entusiasmo, da un po’ di preoccupazione: "Non sapevo cosa aspettarmi, ero piena di interrogativi, avevo paura di poter dire o fare qualcosa di sbagliato". Ma la volontà di realizzare quel desiderio così profondo era più forte di ogni dubbio. E così, a tempo di record, con il beneplacito del direttore del dipartimento, Stefano Calzolari, a ottobre, appena due mesi dopo, parte il corso di danza creativa per bambine con disabilità.

Le ballerine sono sette e hanno tra i sei e i tredici anni. Ci sono bambine in carrozzina, ipovedenti o con altre disabilità, tutte accomunate dalla passione per il ballo. Ogni giovedì si allenano per un’ora e mezza al ritmo delle loro musiche preferite: Justin Bieber, Noemi, Paolo Nutini. "Giulia Guglielmetti ci ha spiegato i vari tipi di problemi, ma ci siamo rese conto sul campo dei loro specifici bisogni", interviene Federica Coser, educatrice presso una cooperativa sociale che si occupa di disabilità e autismo. "All’inizio abbiamo lasciato che scoprissero se stesse attraverso il movimento, passando successivamente a lezioni più strutturate: un quarto d’ora di riscaldamento con la musica, poi la parte tecnica con giochi di coordinazione usando palle, nastri o elastici, esercizi di velocità e ritmo. Infine la sbarra. Le bambine sono libere di svolgere in carrozzina o a terra gli esercizi. Per quelle non vedenti battiamo con le mani sul pavimento per far loro capire dove siamo. Insomma, c’è un incastro di strategie per fare in modo di renderle tutte partecipi. Negli ultimi 40 minuti le altre allieve della scuola studiano con loro la coreografia per il saggio di fine anno".

I miglioramenti sono evidenti. "Per quanto riguarda la mobilità le bambine sono più veloci, più abili a spingersi sulla carrozzina, più coordinate, più armoniche – racconta Guglielmetti –. Questa esperienza consente loro un’affermazione del sé importante. La maggiore autonomia le rende più sicure e orgogliose delle nuove abilità, più motivate verso gli obiettivi da raggiungere. Ora si sottopongono alle sedute di riabilitazione con più entusiasmo, perché esercitarsi significa fare meglio quel movimento di danza al quale tengono molto. C’è un miglioramento anche mnemonico, perché bisogna ricordare i passi e le figure, e un aumento dell’attenzione. E il beneficio dal punto di vista relazionale è immenso. Le piccole sono più socievoli, aperte, sorridenti, propositive. Quando vengono da me sono un fiume in piena. Mi raccontano cosa hanno fatto, del saggio che le elettrizza, dei costumi e del trucco che vogliono sfoggiare. Il divertimento ha il suo ruolo. Se fanno le parallele con me hanno difficoltà, con la sbarra della scuola no. La fisioterapia fine a se stessa ha dei limiti». I genitori, dapprima timorosi e apprensivi, hanno sposato interamente il progetto.

"Da anni provavamo a far andare nostra figlia più veloce con la carrozzina e adesso è un fulmine", dice un papà. "La nostra bambina andrebbe a danza anche con la febbre", riferisce una mamma. L’interazione con le bambine normodotate aggiunge significato all’esperienza. "Le altre allieve sono molto attente verso le loro compagne – commenta Manuela Zennaro –. Le aiutano negli spogliatoi, le seguono, vedono se hanno bisogno di qualcosa, danno loro consigli, tutto molto spontaneamente, senza alcun suggerimento o esortazione da parte nostra". Un insegnamento bidirezionale, quindi, dove le une imparano nuove funzioni e le altre sperimentano l’empatia, la cura, l’attenzione.
Un’avventura da vivere con tenacia e consapevolezza. "Siamo ballerine con le rotelle", ha detto una bambina del gruppo, facendo commuovere tutti. "Sì, le ragazzine sono molto schiette. Conoscono le loro difficoltà, ma ne parlano in modo aperto e naturale: “Tu non ci vedi, tu non puoi camminare”", commenta Federica Coser. E la fisioterapista chiosa: "La disabilità è nella nostra mente. Le barriere sono soprattutto culturali. Bisogna cambiare punto di vista. La riabilitazione non può prescindere dall’inserimento nella normalità del contesto dei pari. A tutti i livelli".

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