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Spread, no euro, instabilità: e l'Italia diventa come il "terzo mondo"

L'espressione “terzo mondo” ricorre in senso dispregiativo per riferirsi all'attuale situazione politica italiana e ai possibili scenari economici. C'è lo “scivolone” di Calenda, e ci sono soprattutto i social. Il direttore della rivista Africa: "Insopportabile che i paesi africani siano visti sulla base di stanchi cliché"

31 maggio 2018

carlo calenda

ROMA – Non sarà esattamente un “parlare civile”, ma è un'espressione che sempre più spesso, ultimamente, ricorre nel linguaggio mediatico e dei social: l'Italia, quando le cose vanno male, viene accostata al “terzo mondo”. Carlo Calenda, stimato esponente del Pd, in un'intervista pubblicata ieri sul Corriere della Sera ha fatto anche di più, dicendo che "le prossime saranno elezioni come quelle del 1948, definiranno cioè se l'Italia vuole restare in Europa o finire in Africa. Serie A o serie C”. Dove, va da sé, è l'Europa ad essere la serie A e l'Africa a incarnare la serie C. Per chiarire meglio ancora il concetto, ha posto anche una domanda: “Vogliamo stare in Europa o scivolare in Africa?”. Scivolare, come negli inferi.

Cécile Kyenge, anche lei esponente Pd a suo tempo ministro per l'integrazione, lo ha puntualmente ripreso, sempre a suon di tweet: “Ho letto la tua intervista attentamente! Devo dirti, su segnalazioni di molti dei nostri sostenitori ed anche su convinzione mia, che le due allusioni fatte all’#Africa sono davvero lesive dell’immagine del Grande Continente Nero!”. Al che è arrivato il 'mea culpa' di Calenda: “Hai ragione e mi scuso. Ho fatto decine di missioni in Africa. Mozambico, Etiopia, Congo Brazzaville, Ghana, etc. È un continente che amo e al quale siamo legati dalla geografia e dalla storia. L’Europa è la nostra casa, l’Africa la nostra vicina. Merita rispetto. Ho sbagliato”. 

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Per uno che si scusa, ce ne sono molti altri che, come detto, usano il "terzo mondo" in riferimento alla preoccupante situazione politica italiana. Qualche esempio preso da Twitter: “#iostoconMattarella perché non voglio vivere in un paese del terzo mondo”; o “Un Paese senza #governo e senza lavoro non è la Terza Repubblica, è il Terzo mondo”; oppure, ancora, “#ilmiovotoconta perché non voglio credere di vivere in un Paese da terzo mondo, abbiamo lottato per avere la democrazia”; o “ L'uscita dall'Europa e dall'Euro avrebbe potuto aprire due scenari: 1) la fuga delle multinazionali per mancanza di competitività nel mercato (addio lavoro) 2) lo sfruttamento con costi di lavoro da terzo mondo”; oppure un più sintetico “se l'Italia uscisse dall'Euro, diventerebbe un paese del terzo mondo”. Insomma, l'espressione "terzo mondo" serve per spiegare i rischi dell'attuale instabilità economica ed politica nel nostro Paese. E per descrivere uno dei peggiori scenari possibili. 

"In realtà - ci dice Pier Maria Mazzola, direttore responsabile della rivista Africa, al quale abbiamo chiesto un commento - di per sé 'terzo mondo' non dovrebbe essere un'espressione offensiva: tentava, negli anni ’50, di fotografare una realtà emergente nel contesto mondiale, che aveva un corrispettivo geopolitico nei Paesi non allineati. Ma le parole, come tutte le cose, si usurano, ed è con la loro carica semantica, più che con l’etimologia, che abbiamo a che fare". Mazzola fa notare come si sia passati poi a parlare di “Paesi in via di sviluppo” o di “Sud del mondo”, termini "inadeguati anche questi, ma meno connotati". 

"E' vero - dice il direttore di 'Africa' - che sono Paesi che in molti casi (non tutti!) sono stati in balia (e diversi lo sono tuttora) di tiranni e di incompetenti, ma non è più ammissibile avere in bocca termini di paragone di questo tipo, oggettivamente offensivi anche quando non vogliano essere tali. Ci siamo troppo abituati (e non solo in questo campo) a parlare più facendo leva sulle battute e sul “colore” che non sulle argomentazioni (“Insulto dunque sono” è, non a caso, il titolo di un libro dedicato ai razzismi di ogni genere veicolati dal linguaggio nella storia e nel tempo)".

"Non è più sopportabile che il 'terzo mondo', e i Paesi africani in particolare, siano visti come una nebulosa indistinta (ricorderemo 'il Burundi', 'gli Zulu', i 'Baluba', ecc., che in anni passati volavano anche nelle aule parlamentari), trattati sulla base di quattro stanchi cliché quando sono realtà che, accanto alle innegabili problematiche, ribollono di vivacità, di istanze, di giovinezza… insomma veri e propri laboratori di futuro". "E poi - conclude Mazzola - basterebbe vedere come ci sentiamo offesi noi italiani, campioni di autolesionismo, quando dall’estero ci trattano a pizza, mafia e mandolino… La massima aurea del 'non fare agli altri quel che non vuoi che si faccia a te' è ancora, e lo sarà sempre, in vigore". (cl)

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