:::

Inserisci le tue credenziali per accedere ai servizi per gli abbonati

   
Ricordami

Password dimenticata?

Oppure scopri come abbonarti »

Stampa Stampa

"Rifugiata per violenze sessuali": una donna senegalese ottiene lo status

Si era decisa a lasciare il paese, dopo che l'ultima violenza del marito le aveva procurato un aborto. Arrivata in Italia, aveva chiesto la protezione internazionale, che le era stata rifiutata. Ora il Tribunale di Roma ha accolto il ricorso, presentato grazie a Progetto Diritti

04 giugno 2018

donna africana mani

ROMA - Le è stato riconosciuto lo status di “rifugiato”, per le violenze fisiche e psichiche da cui è fuggita nel suo Paese: è quanto accaduto a una donna del Senagal, arrivata in Italia per sottrarsi ai soprusi subito nell'ambito di un matrimonio combinato. Giunta in Italia, aveva chiesto la protezione internazionale, che però la Commissione territoriale le aveva negato, non ritenendo il suo racconto coerente e verosimile. La donna aveva quindi presentato ricorso, assistita dall'avvocato Mario Angelelli, dell'associazione Progetto Diritti. Il 12 maggio la sentenza: la giudice del Tribunale civile di Roma, Cristiana Ciavattone, accogliendo il ricorso, ha riconosciuto alla donna lo status di rifugiato, ai sensi dell'art. 7 del d.lgs. 251/2007 e della Convenzione di Istanbul. 

box La storia. Nella sentenza viene così riferita la vicenda: “La ricorrente ha dichiarato di essere cittadina senegalese originaria di Dakar, orfana di genitori che non aveva mai conosciuto e di fede musulmana; di aver vissuto insieme ad una donna che chiamava 'mamma', che nel 2015 le aveva presentato un uomo benestante molto più grande di lei, che già aveva due mogli, al quale voleva darla in sposa; lei aveva rifiutato e si era rivolta alla Polizia, che l'aveva esortata ad accettare la decisione della donna e a seguire la tradizione. L'8 ottobre 2015 la donna le aveva confermato che il matrimonio era stato celebrato in moschea alla presenza del marito e dei testimoni ma in assenza della sposa e la sera stessa era stata costretta a trasferirsi a casa dell'uomo, che l'aveva chiusa in casa costringendola a lasciare il lavoro di contabile. Tutte le sere il marito la violentava, costringendola ad avere rapporti sessuali. Un giorno aveva avuto un'emorragia e lui l'aveva condotta presso un'associazione senegalese dove veniva certificato che aveva avuto un aborto. Aveva raccontato la sua storia a un'infermiera, che l'aveva messa in contatto con un trafficante, insieme al quale aveva lasciato il Senegal con un passaporto falso il 21 gennaio 2016 per giungere all'aeroporto di Fiumicino. Aveva presentato appena arrivata domanda di protezione internazionale e temeva il rimpatrio per la vendetta del marito”. 

La sentenza e le sue ragioni. In base a quanto riferito dalla donna alla Commissione territoriale prima e al giudice poi, “deve ritenersi che la ricorrente sia stata vittima di una persecuzione personale e diretta per l'appartenenza a un gruppo sociale (in quanto donna), nella forma di 'atti specificatamente diretti contro un genere sessuale' (d.lgs. 251/2007) e deve pertanto esserle accordato lo status di rifugiato”. Sempre in base all'articolo del del d.lgs. 251/2007, infatti, “gli atti di violenza fisica o psichica, compresa la violenza sessuale”, o “atti specificatamente diretti contro un genere sessuale” possono essere considerati a tutti gli effetti atti di persecuzione. Il giudice fa poi riferimento alla Convenzione di Istanbul dell'11 maggio 2011 sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, in base a cui “le parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che la violenza contro le donne basata sul genere possa essere riconosciuta come una forma di persecuzione. E cita poi, sempre a sostegno della sentenza, le Linee dell'Unhcr del 7 maggio 2002 sulla persecuzione basata sul genere, che “al punto 25 specificano che si ha persecuzione anche quando una donna viene limitata nel godimento dei propri diritti a causa del rifiuto di attenersi a disposizioni tradizionali religiose legate al suo genere”, si legge nella sentenza. Di qui la decisione del giudice di riconoscere lo status di rifugiato alla donna senegalese. (cl)

© Copyright Redattore Sociale

Stampa Stampa