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"Il mio nome non è Rifugiato", racconto (per bambini) contro i pregiudizi

Il libro dell’illustratrice inglese Kate Milner (Les Mots Libres) racconta il viaggio di una madre e del suo bambino, costretti a lasciare un Paese non più sicuro. Miccio (Emergency): “Le parole tornino a essere ponti tra le persone, oggi troppo spesso sono abissi che allontanano”

05 giugno 2018

Libro

BOLOGNA – Un bambino parla con la madre del viaggio che stanno per fare. “Dobbiamo andare via da questa città, non è più sicura per noi. Vuoi sapere cosa faremo? Dovremo salutare gli amici, dire addio alla nostra casa, faremo tanta strada. Assaggeremo cibi strani e dormiremo in posti insoliti. Vedremo cose nuove e interessanti ma allo stesso tempo sarà faticoso, gli dice. È l’inizio di “Il mio nome non è Rifugiato”, il libro con cui l’illustratrice inglese Kate Milner accompagna i piccoli lettori in un viaggio tra i pensieri di chi è costretto a lasciare il proprio Paese. Vincitrice del Victoria and Albert Museum’s Illustration Award 2016, Milner racconta di aver avuto l’idea del libro ascoltando il modo in cui la crisi dei rifugiati e, in particolare, la fuga dei siriani dal loro Paese in guerra, veniva raccontata dai media. “Ho pensato che anche io potevo fare qualcosa, ma non essendo una persona molto pratica, l’unico modo per aiutare era scrivere una storia per bambini per spiegare chi sono i rifugiati e far capire che i bambini siriani non ci stavano invadendo”, ha raccontato l’autrice. È nato così un libro “delicato, non retorico che va diretto al punto della questione della non identità dei rifugiati”, spiega Marilù Manzolillo, direttrice editoriale di Les Mots Libres, la casa editrice bolognese che ha pubblicato “Il mio nome non è Rifugiato” in Italia in collaborazione con Emergency. “Il pensiero di sottoporlo a Emergency è arrivato subito perché era l’occasione per parlare di un tema attuale e fare in modo che non si fermasse con il libro ma diventasse uno strumento per sensibilizzare il nostro Paese sul valore delle parole”, afferma Manzolillo. 

“Il mio nome non è Rifugiato” racconta la storia di una famiglia costretta a scappare dal proprio Paese attraverso un dialogo tra madre e figlio e coinvolge i lettori attraverso le domande che si trovano in fondo a ogni pagina. Quando la madre dice al figlio “puoi preparare lo zaino, ma mi raccomando prendi solo quello che riesci a portare”, Milner chiede al piccolo lettore: “Tu che cosa ci metteresti?”. Quando gli racconta che dovranno dire addio alla loro città, la domanda è: “Riusciresti a vivere in un posto dove non esce l’acqua dal rubinetto e nessuno passa a ritirare i rifiuti?” Secondo Rossella Miccio, presidente di Emergency, presente alla presentazione del libro a Bologna, “aver scelto di coinvolgere i bambini che leggono il libro con queste domande è geniale. Arriva al cuore del problema, ti riporta al fatto che siamo tutti esseri umani, che l’esperienza delle famiglie siriane può capire a chiunque, che è già successo in passato”. L’obiettivo dell’autrice è stimolare i bambini a mettersi in quella situazione, “che poi è quello che noi non facciamo più – continua Miccio –: immedesimarsi con chi è più sfortunato di noi, cercare il distacco dalle situazioni di dolore, anche attravero l’uso di parole generiche come appunto rifugiato”. Il libro di Kate Milner è pensato anche per essere letto a scuola, per questo Les Mots Libres ha realizzato uno schoolkit che gli insegnanti possono utilizzare in classe. “Spero che questo libro diventi uno strumento per far sì che le parole tornino ad avere il valore che meritano e a essere ponti tra le persone – aggiunge Miccio – Oggi, troppo spesso, sono abissi che allontanano”.

Raccontare la drammaticità, senza il dramma. È questo secondo Silvana Sola, presidente di Ibby Italia e libraia, uno dei punti di forza del libro, “aver rappresentato il bambino nell’assoluta normalità”. Nelle due pagine centrali, l’autrice disegna un bambino in movimento: “Faremo tanta strada, balleremo e giocheremo. Ci sarà da correre e camminare, camminare, camminare e da aspettare, aspettare, aspettare. Poi ci rialzeremo e riprenderemo il cammino”, dice la mamma. E le sue parole sono accompagnate dalle immagini del bambino che balla, gioca, corre, cammina, si ferma in attesa, si siede, si corica per terra e poi si rialza, prende per mano la mamma e ricomincia a camminare. “È un bambino in movimento in una quotidianità qualsiasi – spiega Sola – La drammaticità non c’è, gli adulti la vedono ma solo perché hanno esperienze diverse, anche solo per sentito dire, perché le hanno lette. La dimensione della fuga si ritrova solo in alcuni punti del libro, come la fila o il posto in cui mamma e bambino dormono perché rimandano a immagini viste sui media. Quelle due tavole centrali dichiarano quello che l’autrice vuole raccontare ovvero la dimensione infantile”.

L’altro elemento è ovviamente quello dell’identità, un tema che, secondo Sola, rimanda al particolare contesto in cui nacque l’associazione internazionale Ibby (International board on books for young people). “La fondatrice di Ibby, Gella Lepman, credeva che i libri potessero contribuire a costruire ponti di comprensione e di pace tra i popoli – spiega – Alla fine della Seconda Guerra Mondiale coordinava un programma di assistenza alle donne e ai bambini tedeschi e chiese ai governanti di oltre 20 Paesi di inviare libri illustrati per i bambini. In quel momento, i libri rappresentarono il diritto dei bambini a uscire da un contesto doloroso e la possibilità di avere un immaginario. Allo stesso modo questo libro parla del diritto dei rifugiati di esistere, di rendersi visibili, di avere un nome”. (lp)

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