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"A mano libera", minori detenuti si raccontano attraverso le lettere a casa

Niente sms o messaggi vocali, “A mano libera”, lo spettacolo in scena l’11 giugno al Carcere Minorile di Casal del Marmo a Roma, porta sul palco le lettere che 6 ragazzi hanno inviato a casa. La direttrice dello spettacolo: “Utilizziamo l’arte come mezzo per avvicinarli a loro stessi e alla cultura”

09 giugno 2018

ROMA - Un’iniziativa che oltre a voler raccontare giovani vite “in sosta”, trasforma un obbligo come la detenzione in carcere in un’opportunità di riflessione. Protagonisti dello spettacolo “A mano libera”, atto conclusivo di un progetto teatrale portato avanti dall’Associazione Adynaton-Officina di Teatro Sociale, sono i ragazzi del Carcere Minorile di Roma, tra i pochi che in un mondo sempre più ‘digitalizzato’ usano ancora scrivere lettere per comunicare. Niente sms o messaggi vocali, l’11 giugno sul palco del Carcere Minorile di Casal del Marmo a Roma, ci saranno carta e inchiostro che Alex, Hawkar, Ballantain, Riccardo, Valentino e William, hanno usato per scrivere le loro lettere e raccontare le loro storie.

Perché, senza saperlo, quelle lettere a casa e quelle parole recitate sul palco sono l’occasione per mettere ordine nei pensieri. Costretti a fermarsi, a riflettere, a dare spazio ai pensieri prima che alle azioni. “Questo progetto teatrale – dice l’ideatrice e direttrice dello spettacolo, Emanuela Giovannini – nasce proprio dalla loro scrittura. Abbiamo preso le loro lettere, in genere alle famiglie ma gli abbiamo anche chiesto di raccontarsi e raccontare il carcere. Ne è uscito uno spaccato irriverente, ironico, divertente. Perché in fondo i ragazzi sono ragazzi sempre, anche in un carcere. Tutto questo materiale è diventato un libro dal titolo ‘A mano libera’ e uno spettacolo. Senza velleità di farne degli scrittori o degli attori, ma utilizzando l’arte come mezzo per avvicinarli a loro stessi e alla cultura visto che scappano da ogni forma di scuola”.

“In questi vent’anni abbiamo visto il carcere cambiare moltissimo – conclude Emanuela Giovannini – perché sono cambiati i flussi migratori e quindi le culture, le storie. Ma il carcere è cambiato anche nella sua funzione, oggi sempre più solo luogo di contenimento. Per ragazzi, per lo più stranieri, lontani da casa e immersi in una solitudine profonda. Ragazzi che spesso, di anno in anno, vediamo rientrare perché le recidive sono all’ordine del giorno”.

© Copyright Redattore Sociale

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