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"Aiutiamoli a casa loro". Salvini e la Lega alla prova dei fatti

Aiuti all'Africa per promuovere sviluppo e attenuare il flusso delle migrazioni: un obiettivo su cui la Lega ha sempre insistito. Ora dobbiamo attenderci un rilancio dell'aiuto allo sviluppo nei paesi di partenza o solo un sostegno ai paesi di transito per bloccare le partenze? In gioco c'è la "sottile" differenza fra non farli sbarcare e aiutarli a casa loro

19 giugno 2018

FIRENZE - Vi ricordate il famoso motto leghista ‘Aiutiamoli a casa loro’? Matteo Salvini l’ha sempre sbandierato in campagna elettorale, sottolineando l’importanza (vera o presunta) della cooperazione allo sviluppo per dare ai migranti il diritto di vivere dignitosamente nelle proprie terre, senza il bisogno di mettersi in cammino verso l’Europa. Oggi che è diventato ministro dell’Interno e vicepremier, c’è ancora spazio - nella narrazione di Salvini e della Lega, diventata forza di governo – per quella intenzione?
 
Lo vedremo, nel giro di qualche mese, dalle azioni concrete che saranno intraprese. A parole, l’argomento è finora rimasto sottotraccia, scalzato da altre e ben più corpose esternazioni. Qualche giorno fa, nel corso di un comizio in Lombardia, Salvini una direzione l’ha comunque tracciata, affermando che “il governo italiano promuoverà interventi di sviluppo in Africa, per arginare l’immigrazione verso l’Europa“. “Stiamo lavorando – ha detto - su come spendere meglio in Africa quei soldi che finora sono arrivati non agli africani, ma ai governi. Lavoreremo per coinvolgere anche soggetti privati per andare direttamente su quei territori parlando anche coi governi africani, ma non solo”. Un’attenzione alla situazione africana che peraltro, per il ministro dell'Interno, ha un fine preciso: permettere “ai loro figli di crescere nelle loro civiltà, e ai nostri di crescere tranquilli”...
 
Comunque, nonostante il riferimento alla volontà di “costruire strade e scuole in Africa”, non è chiaro esattamente se il vicepremier nel concreto si riferisse ai fondi della cooperazione internazionale o alle risorse trasferite ai soli paesi di transito dei migranti in ottica di contenimento delle partenze. Una differenza non da poco, perché un conto è riferirsi a Tunisia, Libia, Egitto, e altra cosa è operare nei paesi di origine dei migranti, come Senegal, Gambia, Niger, Nigeria, ecc.  E, in questi ultimi, un conto è operare con attività di aiuto allo sviluppo e un conto è ragionare solamente sulla creazione di hotspot in cui distinguere migranti economici e profughi di guerra.
 
Di fatto, la cooperazione internazionale è sempre stato un tema centrale nella questione migratoria, ma in pochi affrontano il tema alla radice e finora, negli intendimenti del nuovo Governo, niente di dettagliato è stato specificato. Lo stesso “contratto di governo” Lega-M5S non contiene alcun passaggio in merito, se non un generico riferimento alla trasparenza del “finanziamento dei fondi alla cooperazione”.
 
Ma cos’è stato fatto negli ultimi anni? Tra luci e ombre, l’Italia ha fatto, apparentemente, piccoli passi in avanti, diventando il quarto donatore del G7, raggiungendo lo 0,27% del Pil in aiuto allo sviluppo (circa 4,5 miliardi all'anno) e raddoppiando le risorse rispetto al 2014. Questo però, non significa automaticamente più soldi al Sud del Mondo. Con l’aumento dei costi per i rifugiati, aumentano infatti in modo consistente i fondi che rimangono entro i nostri confini per gestire i profughi. Negli ultimi anni, i fondi dirottati dall’aiuto ai paesi poveri verso l’aiuto ai migranti in Italia è aumentato esponenzialmente, passando dal 24,3% degli aiuti totali nel 2015 al 35% nel 2016 (dai 960 milioni di euro del 2015 a 1 miliardo e 570 milioni del 2016).
 
In sostanza, nonostante i fondi per la cooperazione internazionale siano aumentati, sono rimasti pressoché stabili quelli destinati agli investimenti nei Paesi in via di sviluppo. Inoltre, la percentuale di fondi per la cooperazione in rapporto al Pil nazionale è ancora ben al di sotto dello 0,7 per cento, la percentuale che si dovrebbe raggiungere entro il 2030 in base agli accordi Ocse. Tra i Paesi dell’Ocse, soltanto il Regno Unito raggiunge lo 0,7 per cento del Pil. A livello mondiale, nel 2016 il volume degli aiuti allo sviluppo ha superato 154 miliardi di euro, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente (+33% rispetto al 2011).
 
Sul tema della cooperazione, l’Italia, nel luglio 2017, ha elaborato un nuovo piano triennale. Fu l’allora presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, a sottolineare l’impegno italiano, con la previsione di arrivare entro il 2020 allo 0,3 per cento del Pil da devolvere in sviluppo dei Paesi poveri. Eppure, secondo il piano triennale presentato, da qui al 2019 le risorse complessive per la cooperazione dovrebbero diminuire. Gli stanziamenti destinati a questo, nella legge di bilancio 2017, sono di 4,5 miliardi nel 2017, 4,2 miliardi nel 2018 e 4,3 miliardi nel 2019.
 
A livello europeo, uno degli ultimi interventi di cooperazione è stata la creazione di un Fondo fiduciario da 1,8 miliardi di euro per “la stabilità e per affrontare le cause profonde della migrazione illegale in Africa". Il fondo, come scritto dall’Unione Europea, aiuterà ad “affrontare le crisi nelle regioni del Sahel e del lago Ciad, nel Corno d’Africa e in Nord Africa”. L’obiettivo è affrontare le cause profonde della destabilizzazione, dell’allontanamento coatto e della migrazione illegale, promuovendo pari opportunità economiche, di sicurezza e sviluppo. Il fondo serve per finanziare programmi economici per creare creino opportunità di lavoro, progetti a supporto dei servizi di base per le popolazioni locali, come la sicurezza alimentare e nutrizionale, la salute, l’educazione, progetti per migliorare la gestione della migrazione, come la prevenzione dell’immigrazione illegale e la lotta contro il traffico di esseri umani. 
 
Anche nel caso del fondo fiduciario, molti analisti sostengono che gli stanziamenti principali vengono impiegati per fermare il flusso dei migranti, invece di essere utilizzati per reali piani di cooperazione allo sviluppo. (Jacopo Storni)

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