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L’operaio licenziato: “Non sono stati i migranti a rubarmi il lavoro, ma le multinazionali”

Marcello, 56enne lavoratore alla Bekaert di Figline, commenta l’annuncio dell’azienda ci licenziare 318 dipendenti dal palco della manifestazione antirazzista di Firenze: “Non ho paura di chi arriva su una barca, ma dei padroni che chiudono una fabbrica con una lettera di licenziamento”

28 giugno 2018

- FIRENZE – Marcello Gostinelli, 56 anni, sta per perdere il lavoro. E’ un operaio della Bekaert da 35 anni. Bekaert è l’azienda di Figline Valdarno, in provincia di Firenze, che fabbrica cordicelle in acciaio per penumatici. Lui si occupa del collaudo del prodotto finito. Insieme a lui, sono a rischio licenziamento altri 317 operai. Tutti, venerdì scorso, hanno ricevuto una lettera a casa in cui l’azienda, di proprietà belga, annuncia la chiusura. Ieri Marcello ha partecipato al presidio antirazzista in piazza Ognissanti a Firenze. 

E sul palco, con le lacrime agli occhi, ha detto queste parole: “Non ho paura di chi ha il coraggio di venire qua, su una barca, senza nulla, per aggrapparsi agli scogli e cercare una vita migliore. Ho paura dei ricchissimi, che arrivano, sfruttano il mio lavoro, mi prendono tutto, e poi mi chiudono lo stabilimento in trenta minuti". Un modo coraggioso di ribadire che i migranti non rubano il lavoro, almeno lui la pensa così: “Non sono stati i migranti a rubarmi il lavoro, ma le multinazionali”.

Marcello ha spiegato: “In un momento come questo sarebbe stato facile fare demagogia e dire che i migranti ci rubano il lavoro e vengono qui a delinquere, queste persone vengono dipinte come mostri, ma non ci si rende conto che i veri mostri sono i signori delle multinazionali che fanno speculazione sulla pelle della gente come noi, se continuiamo a dare la colpa agli stranieri perdiamo di vista i veri responsabili delle nostre condizioni sociali ed economiche, che invece sono quelli che hanno chiuso un’azienda in mezz’ora”.

Poi ha ricordato il momento in cui ha scoperto del licenziamento imminente: “Erano le 8.30 di mattina ed ero appena entrato al lavoro, il caporeparto è venuto verso di me, mi ha abbracciato e mi ha detto che avrebbero chiuso l’azienda”.

 

 

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