:::

Inserisci le tue credenziali per accedere ai servizi per gli abbonati

   
Ricordami

Password dimenticata?

Oppure scopri come abbonarti »

Stampa Stampa

Migranti, “la pena di chi è obbligato ad andarsene non finisce mai”

“Straniero per legge” è il titolo dell'intervento del giudice Olindo Canali, Protezione umanitaria, durante il seminario “Human Criminology” a Milano: “Quando decido vedo la paura negli occhi degli immigrati. Nel Delta del Niger bambini con il cancro, siamo noi ad essere andati a casa loro”

29 giugno 2018

MILANO - Chi ha mai chiamato immigrato il console tunisino? O il centravanti africano che segna e fa impazzire gli stadi? Con una fortunata formula, coniata dal sociologo delle migrazioni Maurizio Ambrosini, si potrebbe dire che “la ricchezza sbianca”, tanto che “Paesi come Malta la cittadinanza la mettono in vendita”. La morale? Che la parola immigrato è tutt'altro che neutra.
Il docente dell'Università Statale di Milano parla il 29 giugno dall'aula magna dove si tiene il seminario “Human Criminology”, nuovo gruppo di docenti nato in seno alla Società italiana di criminologia per affrontare ad amplio raggio il tema dello straniero in Italia.

Ma chi è davvero il forestiero? Alle parole di Ambrosini fanno eco quelle del magistrato Olindo Canali: “Abbiamo inventato addirittura i diversamente stranieri” ha detto con riferimento ai cittadini comunitari durante il suo intervento intitolato “Straniero per legge”. Una mezz'ora a tutto campo, quella del magistrato che lavora nella sezione Protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini comunitari del tribunale di Milano. “In passato non c'erano nemmeno i passaporti. Si controllavano le merci ma non le persone”. Quando il giudice ascolta i racconti dei migranti che chiedono protezione per cercare di capire se la loro storia è vera, falsa o verosimile vede “la paura negli occhi degli immigrati” e si meraviglia che il dibattito attuale sia tutto sui timori degli italiani rispetto al fenomeno migratorio. La paura perché il magistrato che “condanna un uomo a 25 anni di carcere sa che la pena prima o poi terminerà”. Mentre quella “di chi è obbligato ad andarsene non finisce mai”.

Non è naif il giudice Canali: “Abbiamo un problema di criminalità connessa al fenomeno migratorio” e cita il 68 per cento della popolazione carceraria formata da stranieri per le pene fino a 4 anni. Percentuale che si inverte  per i reati più gravi: “Per pene superiori ai 20 anni solo il 5 per cento dei reati è commesso da stranieri”. Un dato che racconta molto anche dell'Italia. Un affondo anche verso la politica. “Pezzi di classe dirigente si stanno accanendo contro la protezione umanitaria” che è prevista “non per i perseguitati o chi proviene da aree ad alti tassi di violenza” ma comunque per persone “ad alti indici di vulnerabilità: vittime di tratta o di tortura, donne stuprate”. 

La battaglia dei numeri che, per Canali, non serve a nulla: “Nella nostra sezione milanese stiamo giudicando i casi del 2015 e fino alla metà del 2016, durante il picco degli arrivi nel nostro Paese”. Poi il calo, soprattutto degli sbarchi, e “sarà la storia a giudicare se il 'patto con il diavolo' che abbiamo siglato in Libia sia una mossa politica giusta o sbagliata”. Una riflessione globale il magistrato la fa, forte dei racconti accumulati e raccolti nella sezione Protezione umanitaria dle tribunale meneghino: “Vengono a casa nostra” come si ripete anche perché “siamo andati a casa loro: nel Delta del Niger ci sono bambini di 8 anni che sviluppano tumori” in quella che, chiude il magistrato, “è diventata la pattumiera del mondo a causa dell'industria petrolifera”. (Francesco Floris)

© Copyright Redattore Sociale

Stampa Stampa