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Migranti, Salvini come Trump? "Frasi d'impatto ma lontane dal vero"

Fabrizio Tonello dell'Università di Padova, fa un parallelo tra la comunicazione del presidente Usa e quella del ministro degli Interni italiano. “Giornali italiani ossessionati dalle dichiarazioni, ma ogni volta che le riportiamo facciamo da megafono ai politici”

02 luglio 2018

BOLOGNA - Lanciare ogni giorno notizie bomba senza rapporto con la verità fattuale, esprimendosi con uno stile aggressivo attraverso i social media. Costringere i media tradizionali a parlare di sé facendo dichiarazioni oltraggiose. È lo stile comunicativo del presidente statunitense Donal Trump, descritto da Fabrizio Tonello, americanista e docente di Scienza politica all'Università di Padova. “Trump ha intuito che lo storytelling conta più dei numeri e dei fatti”, spiega Tonello. Per esempio, quando ha lanciato l'idea di un muro fra Stati Uniti e Messico, ha lasciato che i giornalisti lo criticassero sui dettagli di fattibilità di un simile progetto (quanto costa, su quali terreni costruirlo...), mentre lui continuava per la sua strada, sostenendo che avrebbero dovuto pagarlo i messicani; i giornalisti venivano così spiazzati e costretti a occuparsi della nuova dichiarazione, questa volta interpellando la diplomazia messicana. E così via. Quello adottato dal leader americano “è un modello innovativo di comunicazione politica, in cui i parametri tradizionali per cui un candidato cercava di presentarsi in maniera non controversa, propositiva, concreta, accurata, viene completamente superato, trasformato. La base della strategia di Trump in campagna elettorale è stata fare 'proposte' con un forte valore simbolico, concentrandosi sull'impatto simbolico su un elettorato che era e rimane inquieto per una serie di vari motivi, offrendogli un capro espiatorio sul tema dell'immigrazione”. 

“Non è uno spettacolo innocuo - avverte lo studioso - non solo perché Trump ha vinto con 3 milioni di voti in meno rispetto all'avversario, ma perché sta trasformando velocemente il Paese. E se il presidente americano non è un'anomalia, possiamo guardarci attorno e chiederci se qualcuno lo sta seguendo”. Secondo Tonello, il leghista Matteo Salvini, in campagna elettorale e anche come ministro, segue lo stesso paradigma, con dichiarazioni via social sui migranti, sui “finti profughi”, le “navi illegali” delle ong, i salvataggi in mare a opera di “avvoltoi umanitari”. Tutte espressioni che evocano dei temi e servono a dirigere l'aggressività di chi ascolta, ora sui migranti, ora sulle organizzazioni umanitarie. Ma in sé sono prive di senso, non hanno un raccordo con la verità dei fatti. 

“Ogni articolo che riporta queste affermazioni è un servizio fatto a Salvini, tutti noi gli facciamo da megafono. La vera questione è che nelle redazioni, in particolare quelle italiane, c'è un'ossessione per le dichiarazioni e questo ci rende particolarmente vulnerabili”. A rompere lo schema non basta il singolo giornale o il singolo giornalista, ma “se i giornalisti adottassero come linea di condotta il dovere di combattere contro le falsità, le esagerazioni, le discriminazioni, i discorsi d'odio, allora le strategie si troverebbero. Il paradosso consiste nel fatto che mai come oggi c'è stato bisogno di giornalismo e di buon giornalismo e mai come oggi le basi economiche, sociali, politiche del giornalismo tradizionale sono state così fragili”, aggiunge Tonello. 

“Nella presunta invasione a cui siamo sottoposti viene completamente rimossa una questione fondamentale: i nostri obblighi costituzionali. La legge ci impone di garantire a chi è in fuga dal proprio Paese le stesse libertà democratiche di cui godiamo e che lì non sono rispettate. Finché abbiamo la Costituzione e i trattati internazionali sulla difesa dei diritti umani, il chiacchiericcio sui cosiddetti migranti economici e i finti profughi dovrebbe essere rispedito al mittente”. 

Ma perché sia Trump che Salvini usano così tanto il tema delle migrazioni? “C'è una realtà oggettiva - risponde Tonello - da alcuni anni le migrazioni hanno preso un'ampiezza molto maggiore, a causa delle calamità naturali e delle guerre, in particolare quelle civili e prolungate, che generano spostamenti di popolazioni senza alternative. Non si può dire a chi viene bombardato quotidianamente: stai dove sei. Queste persone se ne andranno, cercheranno di raggiungere luoghi più sicuri, che ci sia o no il filo spinato”. (Benedetta Aledda)  

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