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Iran, stadio vietato a donne e diritti violati: "Aiutatemi a far sentire la loro voce"

Sohyla Arjmand è una donna persiana arrivata a Bologna nel 1981: “Abusi, violenze, povertà: la situazione delle donne in Iran è drammatica, ma nessuno ne parla”. La denuncia: ai Mondiali le iraniane erano sugli spalti, in Iran non possono nemmeno andare in bicicletta

08 luglio 2018

BOLOGNA – Ai Mondiali russi Iran-Portogallo è finita 1-1: la squadra iraniana ha sfiorato la vittoria che avrebbe significato ottavi di finale, ma al 90° minuto sono stati Cristiano Ronaldo e compagni a festeggiare. Lacrime in campo per i ragazzi allenati da Carlos Queiroz, che a quel sogno avevano finito per crederci davvero, ma lacrime anche sugli spalti. Tanti uomini delusi per l’eliminazione dalla Coppa del Mondo, ma anche tante donne: maglietta verde e bandierina d’ordinanza, anche loro hanno voluto portare il loro sostegno agli atleti in campo. Donne tifose sugli spalti nello stadio di Saransk, dunque, ma donne sugli spalti anche all’Azadi Stadium di Teheran: per la prima volta dopo la rivoluzione del 1979, infatti, anche le donne iraniane sono potute entrare in uno stadio per vedere proiettata su dei maxischermi una partita di calcio. Le autorità, per l’occasione, hanno concesso temporaneamente l’accesso dopo il divieto per la partita d’esordio a San Pietroburgo contro il Marocco (peraltro vinta dalla Tim Mellì, come viene chiamata in patria, vale a dire squadra nazionale in anglo-iraniano). “Ma attenzione: questa concessione non significa nulla. È, per l’appunto, sono una piccola concessione, utile a distogliere l’attenzione dai tanti problemi che l’Iran ha oggi”: a mettere in guardia è la persiana Sohyla Arjmand, arrivata a Bologna nel 1981 in fuga dalla rivoluzione khomeinista. Impegnata nel sociale, Sohyla manda un messaggio alle organizzazioni umanitarie: “Chiedo a loro di denunciare la situazione delle donne e dei bambini in Iran: non hanno voce, diventiamo noi il loro megafono”.

Tanti i punti che Arjmand vuole mettere in luce, dall’obbligo di indossare il velo al divieto di andare in bicicletta, passando proprio per il divieto di andare allo stadio. “Cosa c’è di più semplice dell’andare in bici?”, si domanda Sohyla. Di fatto, leggi che ne vietino l’uso non esistono, ma per i leader religiosi le donne in bici sono un affronto alla morale. Infatti, rischiano l’arresto, come ha raccontato al Guardian un’attivista iraniana. “Quanto al velo, vorrebbero essere libere di decidere se indossarlo e, nel caso, come indossarlo e quale indossare”: hanno fatto il giro del mondo le immagini di donne iraniane immobili per strada, a capo coperto, mentre il loro velo sventola su un bastone che tengono in mano. E il calcio? “Il calcio è vietato: allo stadio non si può andare”. Arjmand pochi giorni fa è stata in Toscana con Renzo Ulivieri per una iniziativa a sostegno di questa causa: “Entrare nei loro stadi è un diritto delle donne iraniane: basta alle discriminazioni di genere”, era la scritta che campeggiava sui loro striscioni. “Porterò questa iniziativa anche a Bologna”, assicura.

Ma c’è di più: in Iran le donne combattono per allargare le maglie normative che trattano di divorzio e di custodia dei figli minori. È anche previsto il “sigheh”, il matrimonio temporaneo, un contratto in cui i contraenti stabiliscono la durata (che può variare da un minuto a 99 anni) del rapporto e l’importo della compensazione da versare alla donna, che secondo alcuni studiosi non sarebbe altro che una copertura legale della prostituzione (illegale nel Paese). Come scrive Shirin Ebadi, iraniana Nobel per la Pace nel 2003, nel suo libro “La Gabbia d’oro”, a Mashhad, luogo di pellegrinaggio religioso, “soprattutto nei mausolei, le donne si offrono ai pellegrini che contrattano con loro un modesto mehrieh, la somma di norma spettante alla moglie come risarcimento per lo scioglimento del matrimonio. Dopo una breve cerimonia pro forma, la coppia consuma l’unione e ognuno va per la propria strada”.

E poi ci sono i bambini: “venduti, vittime del traffico internazionale di organi, costretti a lavorare, abusati, per non parlare dei matrimoni combinati: le bimbe devono avere almeno 13 anni, i ragazzini 15. Ma non sono rari i casi in cui ci si sposa molto prima”, come confermato anche dalla ong svizzera Humanium che parla di minori venduti in Pakistan, Turchia, Emirati Arabi, Bahrain ed Europa per 15-20 dollari americani. La ong stima che oggi circa 200 mila bambini iraniani vivano per strada, spesso orfani o abbandonati da genitori tossicodipendenti: “Ogni mese in Iran muoiono 100 bambini di strada – spiega Humanium –. Vittime della fame, della povertà, degli adulti. Oltre il 60 per cento delle ragazzine sono state vittime di abusi nella prima settimana di vita in strada: ogni 6 giorni, a Teheran una bambina è violentata e uccisa”.

Tra le cause di questi fenomeni anche la povertà dilagante: “È assurdo – afferma Arymand –: l’Iran è un Paese ricco di risorse, la povertà non dovrebbe esistere. L’economia è al collasso, oltre il 20 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà. L’Occidente non lo sa, ma in questi giorni ci sono state grandissime proteste nelle piazze: mentre Iran e Portogallo si affrontavano in campo, c’era chi, in strada, dava fuoco ai cassonetti e scandiva slogan contro le autorità”.
“Cosa aspettiamo ad aprire gli occhi su questi fatti – ammonisce Sohyla –? Chiedo all’opinione pubblica e alle organizzazioni umanitarie di fare qualcosa per denunciare queste ingiustizie e ridare dignità e speranza al mio popolo”. (Ambra Notari)

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