:::

Inserisci le tue credenziali per accedere ai servizi per gli abbonati

   
Ricordami

Password dimenticata?

Oppure scopri come abbonarti »

Stampa Stampa

Caporalato. In Sicilia un "collocamento pubblico" contro lo sfruttamento

A Campobello di Mazara (Trapani) l’unica esperienza in Italia per far incontrare aziende e braccianti togliendo spazio ai caporali. Dopo l’avvio nell’autunno dello scorso anno, si lavora alla stagione 2018. Giacalone, segretaria Flai Cgil Trapani: "Puntiamo sull’accoglienza”

18 luglio 2018

- ROMA - Combattere il caporalato e lo sfruttamento nei campi sperimentando un collocamento pubblico per far incontrare aziende e braccianti. È stato uno dei punti fondamentali del Protocollo “Cura, legalità e uscita dal ghetto” (2016) scaduto lo scorso dicembre (con pochi risultati e mai prorogato). È anche una delle azioni positive previste da quella che è definita in modo riduttivo legge “contro il caporalato”, ovvero la 199 del 2016. Tuttavia, il collocamento è ancora un progetto tutto sulla carta, se non fosse per l’esperienza avviata nel 2017 a Campobello di Mazara, in provincia di Trapani. Unica iniziativa del genere in tutta Italia che sta raccogliendo risultati positivi e sta diventando un modello virtuoso.
Tra gli ulivi di Campobello, infatti, si sta provando a battere sul tempo i caporali e a far emergere lo sfruttamento applicando la legge anche nel suo articolo nove. Per la raccolta delle olive, in autunno, ai circa 11 mila abitanti si aggiungono 1.500 braccianti stagionali che si accampano alla meglio tra i terreni coltivati. Montano tende, costruiscono tettoie temporanee con materiale di risulta, giacigli improvvisati per il tempo della raccolta e poi vanno via. Con loro e con le aziende locali, i sindacati, le associazioni e le istituzioni hanno avviato un progetto che sembra funzionare.

Il primo banco di prova. Il protocollo che ha dato vita al collocamento pubblico sperimentale è stato firmato nel mese di giugno 2017, anticipando la raccolta delle olive dello scorso anno. “L’idea - racconta Giacometta Giacalone, segretaria generale Flai Cgil Trapani - è nata all’interno del tavolo prefettizio avviato dopo il protocollo ‘Cura, legalità, uscita dal ghetto’. A Trapani il problema si concentra su Campobello di Mazara, dove tra settembre a dicembre si concentrano sempre più migranti. All’inizio erano 200. L’anno scorso erano 1.500”. La realizzazione di “modalità sperimentali di collocamento agricolo”, infatti, rientra tra quelle che sono le “disposizioni per il supporto dei lavoratori che svolgono attività lavorativa stagionale di raccolta dei prodotti agricoli” previsti dalla legge 199. Non c’è solo la repressione, quindi. Contro il caporalato e lo sfruttamento servono anche azioni positive. “Una delle soluzioni era quella di istituzionalizzare l’incontro domanda offerta di lavoro - racconta Giacalone -. Ci siamo inventati questo progetto discutendo con l’Ufficio provinciale del lavoro e avendo da loro una grande disponibilità. Al di là delle norme scritte, se non c’è la sensibilità e la volontà da parte delle istituzioni, si può fare poco. L’Ufficio provinciale del lavoro ha mostrato una grande sensibilità e abbiamo iniziato a ragionare su cosa inventarci. Così abbiamo messo giù un protocollo che istituisce il collocamento pubblico in agricoltura”. 

Lo hanno chiamato “collocamento pubblico”, ma in realtà le cose sono più semplici di quanto si possa immaginare. “L’abbiamo chiamato così - racconta la segretaria generale Flai di Trapani -, ma non è altro che un elenco a cui abbiamo chiesto di iscriversi sia ai lavoratori che arrivavano in questo campo improvvisato, sia alle aziende”. Un esperimento che, nonostante la complessità del tema, ha dato già i primi risultati. “Lo scorso anno - racconta Giacalone - delle 1.500 persone presenti nei campi, 870 sono passate attraverso il collocamento. Gi altri hanno preferito non andarci o perché non interessati, o anche perché forse non erano perfettamente in regola con i documenti”. Più di 100, invece, le aziende che hanno aderito all’iniziativa, non senza qualche polemica. “All’inizio l’hanno presa molto male - spiega -. Si sentivano offese. Come se fosse una dichiarazione di illegalità totale sul territorio. Poi abbiamo spiegato loro che c’era un protocollo e che con la legge 199 ci sarebbero stati più controlli. Così, pian pianino, hanno iniziato ad iscriversi a quell’elenco”. 

Un passaggio storico, viene da dire, visto che al momento non ci sono altre esperienze del genere in Italia, assicura la segretaria generale Flai Cgil di Trapani. Di strada da fare, però, ce n’è tanta. Al termine della raccolta delle olive, infatti, una ricerca realizzata ad hoc tra i lavoratori coinvolti dalla sperimentazione ha dimostrato che la media della durata delle assunzioni è stata di cinque giorni lavorativi. “Non bastano per raccogliere le olive - spiega Giacalone -.  Sin dall’inizio, però, ci siamo detti che si tratta di un percorso. Le 108 aziende e gli 870 lavoratori per noi sono stati un grande successo. Non ci aspettavamo che da un giorno all’altro tutto il nero potesse emergere e che tutto rientrasse nella regolarità con grande naturalezza. È un percorso culturale che va alimentato anno per anno”. Anche il fenomeno del caporalato, a Campobello, sembra essere più complesso e più difficile da sradicare. “Qui i caporali sono all’interno - racconta Giacalone -. Ce ne siamo resi conto col tempo. C’è chi fa da capo e da riferimento. Gli stessi che hanno portato al collocamento alcuni gruppi di persone. Stessa cosa accade quando andiamo nelle campagne a parlare con i lavoratori: c’è sempre un capo che parla, con la scusa che gli altri non parlano bene l’italiano. Temono che ci possano dire cose che non possono dire”. Nelle campagne di Campobello non ci sono stanziali, aggiunge Giacalone. “Arrivano in quel momento, lavorano comandati da un capo e poi vanno via. Si spostano a Catania, oppure in Puglia per raccogliere il pomodoro o in Veneto per raccogliere l’uva”. 

La sfida dell’accoglienza. Per incidere ancor di più sul fenomeno, nella provincia di Trapani si sta cercando di lavorare anche sul fronte dell’accoglienza. “Quest’anno il sindaco ha fatto l’ordinanza di divieto di bivacco e temiamo che i problemi possano essere più gravi - racconta Giacalone -. Nel campo, infatti, sono davvero tanti. Abbiamo tentato di distribuirli in diverse zone. Su Campobello abbiamo organizzato un campo per 250 persone, ma loro non ci sono voluti andare”. Quest’anno, si sta provando a destinare un bene confiscato alla mafia a Castelvetrano, altro centro del trapanese a pochi chilometri da Campobello di Mazara. “Aspettiamo il benestare dell’Agenzia dei beni confiscati, ma cambiato il governo è cambiata l’aria. Temiamo che questo benestare possa non arrivare”. Il protocollo che ha istituito il collocamento, invece, resta in piedi. Non solo. A Campobello si lavora per potenziarlo, puntando proprio sull’accoglienza. “Stiamo incontrando i datori di lavoro in Prefettura per cercare di sensibilizzarli il più possibile - spiega Giacalone -. Noi, come ente bilaterale (formato da tre organizzazioni sindacali e datoriali) abbiamo preparato un progetto per offrire al datore di lavoro che assume attraverso il collocamento pubblico e che ospita i migranti sul proprio terreno assicurando anche i servizi, un contributo di 4 euro al giorno per lavoratore, per il periodo di assunzione. Un contributo per le spese che dovranno affrontare per predisporre questo minimo di accoglienza sul proprio podere”.

Una nota stonata. In un periodo in cui i Centri per l’impiego sembrano essere l’obiettivo di un fuoco incrociato, tra lotta alla povertà e quella al caporalato, l’esperienza di Trapani mostra una realtà che funziona. “La nostra Regione ha autonomia sull’incontro domanda e offerta di lavoro rispetto al collocamento - ci tiene a precisare Giacalone -, può anche legiferare sull’argomento e istituire qualcosa di simile se volesse”. Un progetto, intanto, c’è e proprio in questi giorni si sta discutendo sulla possibilità di estendere il progetto anche alle altre province siciliane. Tuttavia una nota stonata c’è e si fa sentire. “L’unico ente che non ha agevolato il progetto è stato l’Inps - racconta Giacalone -. È stato totalmente assente, quando invece dovrebbe essere l’organismo dove risiedere la cabina di regia. Dovrebbe essere il centro organizzativo di tutto il percorso. Spesso non venivano neanche ai tavoli. Abbiamo fatto tutto da noi. (ga)

© Copyright Redattore Sociale

Stampa Stampa