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Migranti. L'approccio umanitario non basta, "investire su educazione e accesso al lavoro"

L'analisi di Alessia Lefebure della French School for Public Health intervenuta alla Summer School su migrazione e asilo di Africa e Mediterraneo e Lai-momo. “Non c'è comprensione del fenomeno migratorio, manca la consapevolezza della sua complessità”. Tra i relatori anche Patrick Weil

19 luglio 2018

©Africa e Mediterraneo
Partecipanti © Africa e Mediterraneo

BOLOGNA - “Gestire il fenomeno migratorio attraverso un approccio esclusivamente umanitario non basta. La chiave per un'integrazione di successo sta nell'educazione, ed è necessario investire per creare un sistema di accesso al lavoro”. È l'analisi di Alessia Lefebure della French School for Public Health intervenuta all'edizione 2018 della International Summer School on migration and asylum che si è svolta dal 9 al 14 luglio a Bologna e si è concentrata, in particolare, sul tema dell'integrazione lavorativa di migranti e rifugiati e le pratiche discriminatorie in ambito professionale. Lefebure ha affrontato la questione del riconoscimento delle competenze e delle qualifiche, “che non riguarda solo i richiedenti asilo, ma è ben più ampia e riguarda ognuno di noi”, un tema generale rispetto al quale “è necessario avere uno sguardo di insieme, andando oltre la propria esperienza particolare, adottando un approccio sistematico”. E ha aggiunto: “Non c'è comprensione del fenomeno migratorio, manca la consapevolezza della complessità di questa dinamica, a tutti i livelli: globale, nazionale e locale”. Promossa dall'associazione Africa e Mediterraneo, in collaborazione con la cooperativa sociale Lai-momo, la scuola ha ottenuto il co-finanziamento della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e il sostegno di Bmw Italia, oltre che il patrocinio della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Bologna. Quest'anno, la Summer School è stata realizzata nell'ambito del progetto italiano “Voci di confine”, co-finanziato dall'Agenzia italiana cooperazione allo sviluppo. Tra i partecipanti, persone provenienti da Italia, Finlandia, Brasile, Turchia, Belgio, Spagna, Olanda e Croazia. Tra i relatori anche Patrick Weil, storico e ricercatore francese specializzato sui temi dell'immigrazione, della cittadinanza e della legge costituzionale e professore alla Yale University.

©Africa e Mediterraneo
Summer School  ©Africa e Mediterraneo

Integrazione lavorativa dei migranti nell'Unione europea. È stato il tema al centro della prima giornata della scuola insieme agli interventi di Alessio J.G. Brown della United Nations University – Merit, Chiara Monti della Commissione Europa DG Employement e Marco Di Gregorio di Bmw Italia. “Gli effetti a lungo termine dell'integrazione dei migranti nel mercato del lavoro sono di sicuro vantaggio non solo per i migranti ma anche per la forza lavoro e le economie locali europee”, ha detto Brown che, durante la lezione, ha analizzato fatti, dati scientifici e studi selezionati dalla ricerca economica sugli effetti dell'immigrazione sul mercato del lavoro, da cui derivano implicazioni politiche per un'integrazione di successo. “Alla luce delle esigenze del mercato del lavoro, l'incapacità _di liberare il potenziale dei rifugiati nell'Ue – ha detto Chiara Monti – è un notevole spreco di risorse: per le persone interessante e per l'economia e la società nel suo complesso. Tuttavia, i rifugiati incontrano ancora ostacoli significativi all'accesso all'occupazione e sono uno dei gruppi più vulnerabili di cittadini non Ue sul mercato del lavoro”.

Le politiche di accoglienza: Italia e Svezia a confronto. Dopo un excursus storico sulle migrazioni in Svezia, Caroline Tovatt, della Delegazione svedese studi sulla migrazione, ha elencato le principali caratteristiche del mercato del lavoro svedese: complesso e fortemente regolato, ma basato sul consenso e sulla concertazione tra le parti sociali, i sindacati, le associazioni e le organizzazioni rappresentanti gli imprenditori e i datori di lavoro. “Nello scenario migratorio, la Svezia non fa eccezione – ha spiegato – Anche nel Paese scandinavo l'organizzazione e l'integrazione di migranti e richiedenti asilo nel mercato del lavoro sono terreno di aspre contese politiche, poiché il grande afflusso ha imposto cambiamenti nelle istituzioni svedesi: dall'accoglienza all'integrazione lavorativa”. Tra le criticità del mercato del lavoro svedese: i tempi di attesa per la richiesta di asilo, la mancanza di reti sociali e informali che agevolano la ricerca del lavoro, le alte soglie di ingresso nel mercato del lavoro, le discriminazioni diffuse.

Il caso italiano è stato analizzato nella lezione di Pierre Georges Van Wolleghem e Annavittoria Sarli della Fondazione Ismu: “L'Italia è stata da sempre un Paese di migrazioni. Basti pensare che dal 1876 al 1976 sono stati 24 milioni gli italiani emigrati verso tutto il mondo”, hanno ricordato gli studiosi. La loro analisi ha individuato 4 modelli principali di lavoro migrante in Italia: quello che include gli operai delle fabbriche, soprattutto in Lombardia e nel Nord Est dell'Italia; il modello metropolitano che riguarda città come Roma, Milano e Torino, il modello Sud Italia caratterizzato da lavori legati all'agricoltura, spesso stagionali e irregolari; il modello Nord Italia, che vede come settori principali turismo e agricoltura. La seconda parte della lezione è stata dedicata al sistema di accoglienza in relazione al lavoro. “I servizi per l'impiego in Italia sono universali, non ci sono norme ad hoc per i migranti-lavoratori”, hanno dichiarato Sarli-Van Wolleghem. Con il risultato che, per esempio, “per i beneficiari di protezione internazionale, le possibilità di trovare lavoro sono direttamente proporzionali alla qualità del centro che gli accoglie”, e di conseguenza, “l'assenza di politiche del lavoro orientate verso i migranti è una problematica importante del sistema italiano: le ong svolgono un ruolo fondamentale in questo sistema”. Monia Dardi di Adecco è intervenuta sulle best practice per l'inclusione, Massimo D'Angelillo di Genesis srl, si è focalizzato sull'imprenditoria migrante in Italia e Germania.

La migrazione circolare. È il concetto al centro dell'intervento di Bernd Parusel della Swedish Migration Agency che ha posto l'accento sul fatto che una politica sulla migrazione circolare può servire a ridurre l'immigrazione irregolare da un lato e a cooperare con i Paesi di origine dall'altro, in maniera che entrambe le parti ne beneficino. “Rigettare le domande di asilo a persone che non possono tornare non è realistico:  introdurre programmi di migrazione circolare assistita per specifici Paesi di origine e per migranti con specifiche caratteristiche può essere una soluzione”, ha dichiarato Parusel. “In questa fase storica, le migrazioni appaiono come terremoti, ma i terremoti non sono prevedibili, le migrazioni sì e dunque sono, o meglio sarebbero, governabili”, ha detto Michele Bruni, già docente di Economia del lavoro all'Università di Modena e Reggio Emilia. Al centro dell'analisi di Bruni c'è l'analisi delle transizioni demografiche, tanto nei Paesi ricchi quanto in quelli in via di sviluppo. “Le politiche migratorie sono insufficienti perché basate su una teoria economica che indaga il movente del migrante che lascia il suo Paese e non considera i bisogni del Paese di arrivo, la sua domanda di lavoro”, ha concluso Bruni, ricordando che per rendere sostenibile nel medio periodo il sistema pensionistico dell'Italia, ci sarebbe bisogno fin da ora di 250 mila nuovi immigrati all'anno.

Discriminazioni. È stato il tema al centro dell'ultima giornata della Summer School con gli interventi di Ojeaku Nwabuzo dell'European network against racism, che ha offerto una panoramica dei dati raccolti per gli ultimi 2 rapporti ombra dell'Enar, e di Beatrice Spallaccia, docente dell'Università di Bologna, che è intervenuta sulla questione della diversità sul posto di lavoro. (lp)

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