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Hollywood, "personaggi disabili siano interpretati da attori disabili"

L'attrice e atleta paralimpica Katy Sullivan scrive a Dwayne Johnson, che in “Skyscraper” interpreta il ruolo di un veterano amputato. "Finché la disabilità sarà una 'maschera' indossata da attori normodotati, non ci sarà inclusione"

21 luglio 2018

ROMA – A Hollywood la disabilità è solo maschera e finzione: quella vera, invece, non trova spazio sul set. Tanto che i personaggi disabili solo molto raramente sono interpretati da attori con disabilità. Molto più frequentemente, si “truccano” e si “camuffano” divi amati dal grande pubblico, che con la disabilità non hanno però nulla a che fare. A richiamare l'attenzione su questo problema è l'attrice e campionessa paralimpica Katy Sullivan, che in questi giorni ha indirizzato una lettera aperta all'attore Dwayne Johnson, pubblicata su “Deadline”, lanciandogli una proposta “rivoluzionaria”: rifiutare, d'ora in avanti, ruoli che implichino una disabilità o una menomazione, per lasciare che a interpretarli siano attori effettivamente disabili. La star americana ha infatti recentemente interpretato il ruolo di un veterano amputato, nel film “Skyscraper”, appena uscito in sala. 

“Caro Dwayne – esordisce l'attrice - mi chiamo Katy Sullivan. Sono un'attrice, atleta paralimpica, doppia amputata sopra il ginocchio sin dalla nascita, e ho una richiesta da farti. Il tuo film più recente, “Skyscraper”, è appena uscito nelle sale. Auguri! Complimenti! Tuttavia, la mia richiesta è di smettere di dire 'Sì' a ruoli come quello che interpreti in questo film. Ed ecco perché...”. 

Coglie a questo punto l'occasione, Sullivan, per tratteggiare un quadro del rapporto peculiare tra Hollywood e la disabilità: perché le persone con disabilità, riferisce, rappresentano “il gruppo più emarginato di Hollywood, secondo uno studio del 2017 condotto da Fox, CBS e Ruderman Family Foundation. Lo studio ha rilevato che nella stagione televisiva dello scorso anno, meno del 2% dei personaggi era stato pensato con una disabilità e di questi pochi personaggi, il 95% era interpretato di attori normodotati”. Questo significa che “ gli artisti con disabilità vengono messi da parte così che gli attori normodotati possano 'giocare' a vivere una disabilità. Ciò che perdiamo è la prospettiva autentica e genuina”. 

Alla base di questa scelta può esserci il “malinteso riguardo il fatto che un artista con disabilità non sia in grado di sopportare il ritmo estenuante di un lungometraggio. Ma questa nostra comunità – obietta Sullivan - comprende alcuni dei più forti, più capaci e più duri individui esistenti al mondo. E la determinazione di cui hanno bisogno per affrontare un mondo che non è stato creato pensando a loro è sconcertante. Prova a girare New York su una sedia a rotelle: credimi, in confronto un set cinematografico è un sogno”. 

La preoccupazione dei produttori hollywoodiani è in realtà sopratutto un'altra. Loro stessi hanno più volte ammesso, di fronte alla stessa Sullivan, che “un film non sarà realizzato senza un nome sopra il titolo. Ma – obietta l'attrice - un attore con una disabilità non arriverà mai ad essere 'un nome' se non gli viene data l'opportunità. Consegnando questi ruoli a persone che portano loro autenticità (per esempio, a un vero attore amputato), nel tempo si arricchirà la schiera dei talenti. Perché forse c'è un bambino che vive senza arti, là fuori, che non ha preso una lezione di recitazione, né è mai andato a un provino prima, pensando 'chi potrebbe scegliere me?' Sembra che non ci sia sdegno sociale per gli attori 'normodotati' che interpretano personaggi con disabilità. Anzi, spesso vengono celebrati proprio per questo, per aver preso questo 'materiale difficile'. Ma è proprio la mancanza di autenticità che continua a far sentire invisibili le persone con disabilità, me compresa. 

Racconta poi un aneddoto personale, Katy Sullivan: “Ero abbastanza giovane quando ho visto 'Forrest Gump'. Non sapevo chi fosse Gary Sinise e per la prima volta nella mia vita ho visto un altro essere umano il cui corpo somigliava al mio, un doppio amputato sopra il ginocchio. Poi ho scoperto che Gary aveva in realtà un corpo sano e robusto, indossava lunghi calzini verdi sulle gambe e venivano cancellati nel film. In quel momento, mi sono sentita cancellata anche io”. Nei 25 anni trascorsi dall'uscita di Forrest Gump, secondo Katy Sullivan “a Hollywood è cambiato molto poco”. 

Lo dimostra un breve excursus sulle ultime produzioni hollywoodiane in tema di disabilità. “L'anno scorso abbiamo avuto 'Stronger', l'anno prima 'Me Before You', e il prossimo 'Do not Worry, he won't get far on foot': tutti film che vogliono raccontare come ci si senta a vivere con una disabilità, tutti interpretati da attori normodotati che indossano calze verdi o si mettono comodi su una sedia a rotelle. Siccome i dirigenti e i produttori non sembrano fare nulla per cambiare le cose in fretta, ho pensato di rivolgermi direttamente a te, un collega attore che sembra davvero un bravo ragazzo. So che hai recentemente espresso il tuo sostegno per il 'casting autentico'. E questo è un passo nella giusta direzione. Ma ancora meglio sarebbe, la prossima volta che ti verrà presentata l'opportunità di interpretare un personaggio la cui esperienza di vita include una sorta di disabilità, se tu considerassi la possibilità di dire 'No'. Chiedi se abbiano cercato un attore che non debba 'indossare' la maschera della disabilità. Quando tutti noi ci uniremo per fare la cosa giusta per la vera inclusione – conclude Sullivan - allora inizieremo a cambiare non solo il mondo dello spettacolo, ma attraverso questo, muteremo la percezione di ciò che gli individui con disabilità sono in grado di fare”. (cl)

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