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A casa propria con "un’assistenza leggera", per invecchiare bene

L’analisi dell'associazione "Abitare e Anziani". Adeguare ai nuovi bisogni i modelli abitativi, ridurre le barriere architettoniche, un sistema continuo di assistenza sociosanitaria e rendere sempre più disponibili i servizi di tecno-assistenza intelligente, tra le priorità

23 luglio 2018

ROMA - Ripensare le relazioni con la casa e il contesto di quartiere per difendere il diritto degli anziani ad invecchiare a casa propria. Un obiettivo che passa per l’adeguamento ai nuovi bisogni dei modelli abitativi, la riduzione delle barriere architettoniche, un sistema continuo di assistenza sociosanitaria (nel quadro di Piani di zona integrati con la dimensione urbanistica) e rendere sempre più disponibili i servizi di tecno-assistenza intelligente. Il tema, che apre  molte riflessioni e interroga diversi interlocutori, è stato al centro del  Seminario nazionale su nuovi modelli abitativi e welfare di prossimità, promosso dall’associazione Abitare e Anziani. Obiettivo, “produrre orientamenti e proposte di iniziative territoriali del sindacato e del volontariato con particolare riferimento al rapporto con le istituzioni”.

Il contesto da cui parte la riflessione, sottolineato dal direttore di AeA Claudio Falasca nella sua presentazione, segnala un crescente numero di anziani (e tra questi quelli con limitazioni funzionali), la cui stragrande maggioranza abita sola in case di proprietà spesso non adeguate alle esigenze. L’assistenza domiciliare è in larga parte affidata alle famiglie, in particolare delle donne, su cui pesano un “lavoro di cura informale sempre più oneroso”e un “sistema dei servizi sociosanitari inadeguato per cultura, consistenza, presenza territoriale”.  La stragrande maggioranza delle persone anziane chiede di poter invecchiare nella propria casa, (come dimostra anche una specifica ricerca dell’associazione, “Il diritto di invecchiare a casa propria: problemi e prospettive della domiciliarità”). Un dato che assume maggiore valore, si spiega, se si pensa che l’80% degli anziani italiani sono proprietari delle case in cui vivono. Poter assecondare questa richiesta, però, “dipende in larga misura dalla qualità della loro abitazione e dalla qualità del welfare di prossimità (quartiere) in cui l’abitazione è situata”. E la sfida prima di tutto è culturale.

“Come si comprende il problema che ci troviamo di fronte non è dei più semplici. – spiega Falasca nella sua presentazione - Ripensare i modelli abitativi; costruire un rapporto di coerenza tra dimensione urbanistica e dimensione sociosanitaria; abbattere le barriere; rendere smart il sistema dei servizi socioassistenziali, significa mettere le mani su materie particolarmente ‘sensibili’ sia culturalmente ‘il senso della casa’ e sia politicamente ‘gli interessi sottesi all’organizzazione urbana’. Evidentemente non è una trasformazione che può essere realizzata in tempi brevi, richiede invece un lungo lavoro nel corpo della società costruito sulla base di processi partecipativi sostenuti da un chiaro progetto culturale e politico”.

La risposta secondo l’associane passa dal “realizzare città e case in modo compatibile con le esigenze dell’intero arco di vita delle persone, non solo perché più accoglienti per tutti, ma anche perché possono prevenire i rischi di fragilità in vecchiaia, generando una minore domanda sanitaria”. Occorre cioè “produrre una nuova offerta abitativa in grado mettere le persone in condizione di cercare e trovare autonomamente risposte efficaci ai propri bisogni, riducendo le barriere che i più diffusi modelli abitativi e di organizzazione urbana oggi propongono ai soggetti fragili, a causa dell’età o di altre disabilità”.  Esperienze a cui guardare esistono già negli Stati Uniti, in Canada nel Nord Europa dove si diffondo modelli d’intervento diversi: abitazioni singole o raggruppate, dotate di alcuni servizi di base (in genere una portineria-reception o operatori con funzioni di primo contatto, servizi di allarme o telesoccorso, monitoraggio e servizi di rassicurazione) e altri servizi fornibili a richiesta (ristorante o preparazione dei pasti, spesa, ritiro della posta, pulizie domestiche, assistenza alla persona). Soluzioni che prevedono quasi sempre anche spazi comuni, iniziative di aggregazione e socializzazione, centri benessere e servizi di prevenzione o sostegno alle esigenze sanitarie di base. Anche in Italia ci sono esempi significativi. Falasca indica ad esempi i “villaggi” per le persone con demenza, “Il Paese Ritrovato” e del “Villaggio A”, in corso di realizzazione rispettivamente a Monza e a Cardano al Campo a Varese, che si ispirano alla esperienza olandese del “villaggio” “Hogewyek” a Weesp. L’obiettivo di tutte i nuovi modelli è comunque unico: “ garantire alla popolazione anziana (ma non solo) di abitare in autonomia in una cornice di tutela e assistenza leggera”. 

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