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Carcere: dall’università un pezzetto di cielo per i giovani reclusi di Quartucciu

Inaugurato nel carcere minorile lo spazio per gli incontri all’aria aperta realizzato da una studentessa di Architettura dell’ateneo di Cagliari che ha dato la tesi, primo caso in Italia, proprio nell’istituto minorile. Il neo architetto, Alice Salimbeni: “Adesso mi piacerebbe continuare a fare progetti come questo”

25 luglio 2018

Spazio nel carcere di Quartuccio 1

CAGLIARI - E’ stato inaugurato nell’Istituto penitenziario minorile di Quartucciu lo “Spazio per gli incontri all’aria aperta” pensato e realizzato da Alice Salimbeni, la studentessa universitaria, ora neo laureata magistrale in Architettura, che nel febbraio scorso, insieme ad altre laureande, Laura Spano e Giulia Rubiu, aveva chiesto e ottenuto, primo caso in Italia, di discutere la tesi proprio all’interno del carcere per minori. Ed era stato in quella sede, davanti alla commissione, al rettore e ai giovani detenuti che Alice aveva presentato il progetto pensato per restituire un po’ di quotidianità “ e un po’ di cielo” alla vita intramuraria dei suoi coetanei rinchiusi.
Se nel carcere per gli adulti i colloqui con i familiari rappresentano uno dei momenti più attesi e significativi di tutta la detenzione, quando a essere reclusi sono i minori la valenza di quelle ore, sempre troppo veloci e consumate spesso in luoghi anonimi, si amplifica a dismisura. Da qui il bisogno di “costruire un’area che favorisca le dinamiche relazionali” spiega il neo architetto che nel titolo della tesi “Da le celle alle stelle: uno spazio autocostruito all’Ipm di Quartucciu” aveva sintetizzato obiettivi e finalità del progetto.

L’idea di intervenire materialmente sugli spazi del carcere era nata durante le lezioni di “Fuori Luogo”, il corso di Progettazione Architettonica II proposto dall’insegnante Barbara Cadeddu, docente di Composizione architettonica e urbana, ed era stata affinata nell’elaborazione della tesi coordinata anche da Maurizio Memoli, docente di Geografia economico-politica.

“Nel mio primo ingresso in carcere – raccontava Alice presentando il progetto – la cosa che mi aveva colpito subito era che non si vedeva più il cielo, da nessuna parte. Se non in piccoli rettangoli stretti e lunghi. E che al di là delle mura non ci sono criminali ma ragazzi. Ho sentito subito la necessità di restituire a quei ragazzi una dimensione diversa, più vicina possibile alla quotidianità che hanno lasciato fuori”.

Spazio nel carcere di Quartuccio 2

Insieme al Rettore, Maria Del Zompo hanno partecipato all’evento Cristina Cabras, referente di Ateneo per il protocollo d’intesa con il Prap della Sardegna e referente alla Crui di Ateneo per le attività portate avanti con gli istituti penitenziari, Antonello Sanna, direttore del dipartimento di Ingegneria Civile Ambientale e Architettura, Giampaolo Cassitta, dirigente del Centro di Giustizia minorile per la Sardegna, Enrico Zucca e Alessandro Caria, rispettivamente vicedirettore e comandante dell’Istituto minorile, i ragazzi detenuti, gli operatori e i volontari che hanno collaborato al progetto. Lo spazio degli incontri tra detenuti e familiari, completato da un’opera degli artisti La Fille Bertha e Alessio Errante, è stato realizzato grazie al contributo di numerosi donatori pubblici e privati.

“La giornata – sottolinea Alice Salimbeni – è stata promossa anche per ringraziare tutte le persone che ci hanno aiutato, per far vedere loro quello che è stato fatto. Durante il processo che ha portato alla costruzione dell’area abbiamo fatto una raccolta fondi di cui sono stati protagonisti numerosi artisti locali che si sono esibiti in una rassegna musicale di concerti nelle case, abitazioni messe a disposizione da altri sostenitori, e, in un secondo momento, in un concerto finale in cui hanno cantato anche due ragazzi dell’istituto in permesso speciale. Mentre altre risorse sono arrivate da club, associazioni studentesche, culturali e privati cittadini.
La giornata di ieri era soprattutto per loro. E per tutti gli altri che sono sempre stati presenti: i volontari di dentro e quelli di fuori, i miei tre professori, l’amministrazione e la polizia penitenziaria che ci hanno permesso di lavorare sempre con grande serenità”.

Un brindisi con menta e orzo e poi la consegna di attestati speciali. “Negli attestati che abbiamo consegnato a tutti i collaboratori abbiamo disegnato quello che si vede dall’Osservatorio del cielo: elemento fondamentale del progetto che nasce dall’idea di favorire una sorta di evasione mentale dallo stato di detenzione in cui si è costretti in quel momento. Il tema generale che ha guidato il disegno degli spazi è stata l’idea di guardare il cielo, appunto perché questo in carcere non è possibile”.

“Sono molto sorpresa della fiducia che mi è stata concessa – racconta il neo architetto - e ho ringraziato tutti per questo, a partire dai professori che mi hanno lasciato fare questa tesi e mi hanno seguito e accompagnato durante il percorso. Ai volontari di dentro che ci hanno accolto e hanno fatto di tutto per non farci sentire in carcere, a quelli di fuori che hanno scommesso su di me senza alcuna garanzia. Ai sostenitori da cui io sono andata soltanto con un disegno, senza la possibilità di dire ‘fidatevi l’ho già fatto e non ci saranno problemi’. E spero tanto che questa fiducia sia stata ripagata”.

28 mattine per 4 ore di lavoro al giorno per regalare ai ragazzi reclusi e ai loro familiari momenti più vicini all’idea di libertà in un progetto “possibile solo quando si incontrano guide come quelle che ho avuto io”. E ora? “Gli studi sono finiti – conclude Alice –. Adesso mi piacerebbe continuare a fare progetti di questo tipo. Sì, mi piacerebbe molto”. (Teresa Valiani)

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