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Viaggio fra i rom di via San Giusto, dimenticati dal “modello Milano”

Salvini li chiama “parassiti”, loro rispondono “anche i cani hanno una cuccia”. I bambini abbandonati da mesi fuori dall'Ospedale San Carlo. Ecco le storie del clan Sulejmanovic, rom bosniaci in Italia dal 1989, al centro del gioco dell'oca degli sgomberi che in città dura da anni. Tra rimpatri volontari dell'Oim, aggressioni, omicidi e tanta confusione sui documenti

28 luglio 2018

MILANO – Si muovono in gruppo. Come le zanzare che dal primo pomeriggio, fino a tarda notte, martoriano la faccia di una bimba con tre settimane di vita, tenuta in grembo dalla madre, e di un'altra dozzina di ragazzini fra i due e i dodici anni con famiglie al seguito. Gli insetti, i teli stesi sui prati di via San Giusto – periferia ovest di Milano –, le roulotte, i pacchetti di patatine e i 34 gradi di temperatura. È questa la nuova “casa” della famiglia Sulejmanovic. Sono rom, bosniaci, clan nomade a fasi alterne, presenti sul territorio italiano sin dagli anni '60. “Parassiti”, così ha definito loro e quelli come loro il ministro Salvini, nel recente vertice con il sindaco di Roma, Virginia Raggi. A fine marzo di quest'anno li hanno sgomberati dall'ex caserma dell'Aeronautica di piazza d'Armi. Da quattro mesi vivono accampati nel boschetto adiacente all'ospedale San Carlo, senza acqua né cibo. Il comune sostiene di avergli proposto il Centro di accoglienza temporanea (Cat) di via Sacile. Loro dicono di non saperne nulla. Non se ne occupa nessuno. Tranne i volontari del Naga, che offrono assistenza sanitaria e legale, e gli agenti delle forze dell'ordine che ogni due giorni gli fanno spostare le roulotte in un altro parcheggio, o che periodicamente intervengono per denunce, aggressioni, tensioni con il quartiere. I Sulejmanovic sono i figli illegittimi del gioco d'oca fatto di sgomberi a Milano.

Hanno paura dell'inverno e della notte. “Anche i cani hanno una cuccia” dice Yadrin, uno dei padri di famiglia, che parla tanto ma non fissa gli interlocutori negli occhi perché ipovedente. “Passano delle auto di notte, si fermano e chiedono quanti soldi vogliamo per del sesso con i bambini, ma solo se hanno più di dieci anni. Gli ho urlato addosso che chiamavo la polizia”. La mattina del 26 luglio Yadrin ha incontrato una funzionaria dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), dentro gli uffici per i servizi immigrazione di via Scaldasole. Vuole provare a tornare in Bosnia, con il programma dei rimpatri volontari assistiti. C'è tempo fino al 31 ottobre per la burocrazia. L'agenzia collegata alle Nazioni Unite offre il rimpatrio, 2.400 euro in contanti per la famiglia e altri 5.400 rimborsati alla nazione balcanica per servizi socio-sanitari. “In Bosnia una piccola casa con 8mila euro la posso trovare” afferma il capofamiglia. “Una casa costa 30mila euro, al massimo ti compri un cavallo” gli dice con scherno Rizvan, uno dei suoi quattro fratelli. “Soldi che si bruciano in una serata” esordisce un altro ragazzo, a riprova delle diverse “sensibilità” familiari.

L'alternativa al rimpatrio volontario è una complessa trattativa con il comune di Milano e il demanio. Perché questo ramo del clan Sulejmanovic una casa sui generis ce l'aveva. I primi sono arrivati in Italia nel 1989. La voce “luogo di nascita” sulle carte d'identità dei figli e i documenti sanitari impilati a centinaia in cartelle trasparenti, raccontano gli spostamenti del clan meglio di una biografia non autorizzata: uno è nato ad Alghero, uno a Firenze, l'altra a Torino. E infine nel capoluogo della Lombardia, dove nel 2007 comprano per 70mila euro un terreno agricolo a Muggiano e si insediano. Sgomberati anche da lì nel 2015, dopo otto anni, con un'ordinanza sull'igiene a causa dell'assenza di fognature. Ora trattano con una funzionaria del Comune di Milano dell'Unità coordinamento delle emergenze sociali, per riappropriarsi di quel terreno a Muggiano, mettendolo a norma. “Non costruiamo, niente abusi, solo case mobili” garantiscono, ma la partita è molto più complicata del previsto. Perché il terreno rimane agricolo e lo stato delle bonifiche è da valutare.

“Ricordo il 19 agosto del 2007” racconta un uomo mostrando una cicatrice dovuta a un foro di entrata. È il giorno della strage nel campo. Quella mattina nonno Nasif Sulejmanovic, 83 anni, estrae una pistola calibro 7.65 e fa fuoco sui membri della famiglia, uccidendo due nipoti e ferendo all'addome l'uomo, prima di consegnarsi a una pattuglia. Avrebbe voluto uccidere anche la nuora, colpevole a suo dire di aver istigato il figlio al suicidio nel carcere di Reggio Calabria, e il fidanzato di un'altra nipote. “Mi mancavano di rispetto” spiegherà agli investigatori.

C'è chi prova ad andarsene dall'Italia. Rizvan ha preso moglie e figli e si è diretto verso la Francia. Sono stati respinti dalla gendarmeria transalpina al Monte Bianco perché non tutti hanno i documenti. Su di lui, per esempio, pende un ricorso. Ha rinnovato il permesso di soggiorno ma quando gli agenti sono andati a consegnarglielo non lo hanno trovato. Aveva un residenza fittizia dove recapitargli i documenti – come molti senza fissa dimora – alla Casa della Carità. Non si faceva vedere da tempo e quindi il permesso gli è stato revocato. Gli hanno notificato un altro foglio: 15 giorni lavorativi per presentarsi al posto di polizia di frontiera a Malpensa.

C'è chi prova ad entrare in Italia. Hajkia ha il timbro d'ingresso sul passaporto datato 6 luglio 2018. Luogo d'entrata: porto di Ancona. È arrivato con un traghetto da Spalato. Ha una delega, tradotta dal consolato bosniaco, per accompagnare la figlia di una sorella a vedere i parenti. Tre mesi e poi si torna a casa. Se non fosse che la giovane di 17 anni ha subito un'aggressione in piazzale Cuoco il 20 luglio – o almeno, questo raccontano – ed è stata portata alla clinica Mangiagalli per accertamenti medici. Loro non hanno notizie da una settimana e della questione se ne sta occupando un avvocato milanese. Perché il problema è che la ragazza è minorenne, fino al dicembre del 2018. Ci saranno nuove carte bollate a cui appellarsi e altre con cui fare confusione. Come la donna seduta sui prati di via San Giusto, mentre sfrecciano le auto sulla strada suonando il clacson ai rom, che esordisce: “Ma ora ci danno il passaporto europeo e siamo apposto” dice a metà fra un'affermazione e una domanda. In realtà sta parlando del nuovo passaporto europeo per i rifugiati che non hanno documenti, ma che verranno valutati anche in base a livello di istruzione, esperienze lavorative pregresse e competenze linguistiche, per potersi iscrivere nelle università dell'Unione europea. È partito in fase sperimentale in alcuni atenei italiani. Documenti che non riguardano lei e non si capisce chi possa avergliene riferito o dove lo abbia letto. La donna fa confusione. Una confusione che è soltanto un'altra faccia della speranza. (Francesco Floris)

 

 

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