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Salute mentale, "crescono i detenuti che hanno bisogno di cure"

I disagi psichici, nelle varie accezioni, sono le più diffuse tra le patologie presenti nelle carceri italiane, ma il numero medio di ore di presenza di psichiatri ogni 100 detenuti è circa 10 volte più basso degli altri medici. Antigone: "La riforma avrebbe consentito di trattare la malattia psichica al pari di quella fisica"

31 luglio 2018

ROMA - Crescono le persone detenute che necessitano delle cure dei Servizi di salute mentale. È quanto rivela il rapporto di metà anno dell’Associazione Antigone presentato ieri a Roma. Secondo l’associazione, il disagio psichico (nelle sue varie accezioni) è la patologia più diffusa nelle carceri italiane, ma l’assenza di una riforma dell’Ordinamento penitenziario, su cui l’attuale governo ha imposto lo stop, ha peggiorato le cose. Per Antigone, infatti, la riforma “avrebbe consentito di trattare normativamente la malattia psichica al pari di quella fisica”, si legge nel dossier di metà anno. Un vuoto che si fa sentire, quindi. “In mancanza della riforma - continua il testo - la presenza di persone detenute che necessitano le cure dei Servizi di salute mentale è crescente”. 

Ad oggi, infatti, ci sono 47 sezioni specializzate (“articolazioni per la salute mentale”) che ospitano 251 persone (21 donne e 230 uomini), spiega il rapporto. Due, invece, i “reparti psichiatrici” (entrambi maschili), negli istituti penitenziari di Torino e Milano San Vittore, che ospitano 31 persone. Sebbene il disagio psichico sia la sfera patologica più diffusa nelle carceri italiane, dalle attività di monitoraggio dell’associazione Antigone emerge che negli istituti di pena visitati dai volontari, il numero medio di ore di presenza di medici ogni 100 detenuti è pari a 84,2, mentre quello degli psichiatri scende a 8,9 ore per 100 detenuti.  

Un quadro che richiede un intervento delle istituzioni. Tra le venti proposte lanciate da Antigone nel report, infatti, c’è anche il tema della salute psichica in carcere. “Il sistema penitenziario è governato da una legge del 1975, epoca in cui tutto era molto diverso da oggi - spiega il report -: le professioni, la tipologia di detenuti e di reati, le opportunità offerte dalla tecnologia, l’informazione. Per questo è necessaria una trasformazione della vita penitenziaria al fine di rendere il carcere un periodo utile per il detenuto”. Tra le proposte di Antigone, quindi, anche quella per cui “La grave patologia fisica e la grave patologia psichiatrica dovrebbero essere equiparate sul piano normativo e delle conseguenze sul percorso sanzionatorio”.

Un capitolo a parte va dedicato alle Rems, le Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza. Nate in seguito alla chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), attualmente se ne contano 30 attive in tutta Italia. Nelle diverse strutture sono ospitate 625 persone (il 10 per cento donne), di cui 236 in misura di sicurezza provvisoria (pari al 37,7 per cento). La più grande Rems è quella di Castiglione delle Stiviere, in Lombardia: da sola ospita 155 persone, nonostante la legge 81/2014 fissi la capienza massima a 20 pazienti. A preoccupare, tuttavia, è la fila di persone in attesa di un posto in una Rems. Sebbene siano appena nate, in tutta Italia ci sono già 440 in attesa. A guidare la classifica delle regioni con la lista d'attesa più lunga è la Sicilia, con 96 persone. “Molte di queste attendono in carcere - sottolinea il rapporto -, in violazione del loro diritto alla salute e con un titolo di detenzione non chiaro”

Il tema salute e carcere, tuttavia, non si esaurisce con il disagio psichico e con la chiusura degli Opg. Tra le criticità denunciate ancora una volta dall’associazione Antigone c’è anche il tema delle cartelle cliniche. Ad oggi, secondo l’associazione, nel 75 per cento delle carceri la cartella clinica è scritta a mano e non digitalizzata. “In questo modo i dati del paziente sono difficilmente recuperabili - spiega il report - dopo la fine della carcerazione o in caso di trasferimento in altro carcere, facendo perdere opportunità di cura e occasioni di prevenzione importanti. Inoltre, ciò rende impossibile lo scambio di informazioni con le Regioni e con Paesi esteri dove il detenuto può trovarsi a fare rientro”. Dalle visite condotte dall’associazione nei penitenziari italiani, inoltre, è emerso che in più di 6 istituti di pena su dieci mancano spazi dedicati ai detenuti disabili.

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