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In gara sulla pista da rally con gli ausili. “La volontà non ha limiti”

Sono sempre più numerosi i piloti disabili che si confrontano con la velocità in condizioni estreme. Come l’italiano Gianluca Tassi, che racconta: "Lo sport motoristico non guarda la disabilità. Il nemico di tutti è il cronometro. Chi impiega meno, vince". Anche sui circuiti fuoristrada più impegnativi, come quello di Dakar

31 luglio 2018

- ROMA - Nel rally conta una sola cosa: avere una "velocità di pensiero superiore a quella della macchina". A dirlo è Walter Röhrl, l’ex pilota e leggenda vivente di una delle discipline automobilistiche più impegnative. Dare gas a 300 cavalli che scalciano sotto al cofano su tracciati sterrati è il sogno di tanti appassionati di motori. Ma nel rally non conta solo la potenza. Serve soprattutto la testa. È per questo, forse, che nonostante la complessità di guida sono sempre più numerosi i piloti disabili che partecipano alle gare. Come Albert Llovera, a oggi l’unico a correre nel Campionato mondiale di rally (Wrc), la massima competizione internazionale del settore. Nato nel principato di Andorra, nel 1984, è stato il più giovane sciatore alle Olimpiadi invernali di Sarajevo. Nel 1985 ha perso l’uso delle gambe per via di un incidente. Di lì a poco scoprirà una nuova passione: le quattro ruote. Già nel 1989 vince la Peugeot Rally Cup proprio ad Andorra e nel 2001 diventa il primo pilota disabile a correre nella categoria regina. Vent’anni di gare che lo hanno portato più volte alla Dakar. Il rally più famoso del mondo, tuttavia, ha conosciuto anche altri nomi eccellenti. Come Clay Regazzoni che, dopo aver chiuso con la Formula 1 a causa dell’incidente che lo ha reso disabile, è stato uno dei primi a utilizzare dispositivi per gareggiare in condizioni estreme. L’ultimo a sfidare la Dakar nella sua edizione 2018, invece, è lo spagnolo Isidre Esteve Pujol, motociclista da enduro rimasto paralizzato dalla vita in giù nel 2007. Nel 2009 era già a bordo di un’auto da rally modificata per la sua prima avventura nella Dakar.
 
Anche nel nostro Paese non mancano i campioni in questa categoria. A raccontarlo, nel numero di maggio di SuperAbile, il magazine dell’Inail, per Redattore Sociale è Giovanni Augello. In Italia, però, per il nulla osta del ministero della Sanità per i piloti disabili – affinché l’automobilismo potesse entrare tra gli sport praticabili a livello agonistico – arriva con qualche anno di ritardo rispetto alle stesse patenti speciali e ad altri Paesi europei. Ovvero nel 1993. Un traguardo tagliato grazie al ruolo giocato dalla Fisaps, la Federazione italiana sportiva automobilismo patenti speciali. Il primo a ottenere il patentino di pilota disabile dalla Commissione sportiva automobilistica italiana è Bobo Mainini, nel 1998. Ma chi lascerà un segno nella storia del rally – portando a termine per primo, tra gli italiani, la gara off road più difficile al mondo, ovvero la Dakar – è Gianluca Tassi. Prima del 2003, anno dell’incidente che lo ha reso paraplegico, era un campione di motorally con 16 titoli italiani e un campionato europeo all’attivo. "Mentre facevo riabilitazione, già pensavo a tornare a far scorrere l’adrenalina dentro di me – racconta Tassi, che è anche presidente del Comitato italiano paralimpico (Cip) Umbria –. Neanche sapevo condurre la mia carrozzina e già pensavo a nuove avventure". Passano poco più di due anni e Tassi torna subito in pista. "Sono stato il primo disabile al mondo a concludere una gara in Africa, con il Rally del Marocco – continua –. Poi ho partecipato a qualche gara del campionato europeo, dove ho riportato degli ottimi risultati, per arrivare primo assoluto in una gara del campionato italiano (il Raid dei Templi in Campania, ndr) in mezzo ai colleghi normodotati. Lo sport motoristico non guarda la disabilità. Il nemico di tutti è il cronometro. Chi impiega meno, vince".


Tornare in gara non è stato facile, spiega Tassi. "Per ottenere la mia prima licenza da pilota e poter gareggiare in Marocco, sono dovuto andare in Francia: in Italia avrei dovuto prima affrontare almeno cinque corse e ottenere dei risultati". Al ritorno dal Marocco, però, il suo nome era ormai sui giornali e anche in tv; quindi allinearsi con le norme italiane non è stato più un problema. Tanto che oggi Tassi è membro del consiglio nazionale proprio della Fisaps. "Cerco di trasmettere la mia esperienza – racconta – anche con dei corsi rivolti sia a chi vuole riprendere a guidare, sia a chi intende affrontare la guida a livello agonistico". Fra le tante gare a cui Tassi ha partecipato negli anni, la Dakar è quella che lo rende più orgoglioso. "È il sogno di tutti quelli che praticano questo sport – sottolinea –. Ho partecipato nel 2017 con tante difficoltà: una persona come me ha bisogno di supporti importanti e avevo un team che mi seguiva. Eppure siamo arrivati primi per la classe T2 benzina e quarantunesimi assoluti. Un risultato inaspettato". La sfida alla Dakar, però, non è stata solo quella di dimostrare che anche un pilota disabile può affrontare la gara più dura del mondo. La vettura di Tassi, infatti, non aveva dispositivi speciali. "Ho scelto di guidare con gli ausili che si utilizzano tutti i giorni per far capire che conta soprattutto la volontà – spiega il pilota –. Ho montato un semplice acceleratore a cerchiello sul volante e il freno orizzontale dietro. Abbiamo affrontato la prima parte della gara a 47 gradi per poi arrivare anche a cinquemila metri con temperature di due gradi". Intanto il suo R Team è già al lavoro su altre sfide: dalla Dakar in camion o su un side by side (fianco a fianco, ndr) all’Africa Race, cercando di scalare la classifica assoluta. E nel 2019 potrebbe esserci anche la Silk Way Rally, la gara automobilistica che parte da Mosca e arriva a Pechino. "Cercheremo di farle tutte – auspica –. Il mio motto è: la volontà non ha limiti. Con la forza che abbiamo dentro possiamo affrontare qualsiasi avventura, anche quelle che sembrano impossibili".

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