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Il saluto a Celia Ortiz, fondatrice di Anolf Milano

Arrivata dal Salvador nel 1969, per vent'anni ha lavorato come colf nelle case dei milanesi, prima di occuparsi a tempo pieno dei problemi degli immigrati. Ha fondato anche il Centro solidarietà integrazione lavoro e il Gruppo donne internazionali. Chiesa gremita ai funerali di una delle protagoniste dell'accoglienza a Milano

04 agosto 2018

MILANO - Sapeva bene cosa vuol dire essere immigrate, straniere. Sapeva bene quanta fatica e solitudine vivono le colf. Era arrivata a Milano nel 1969, allora poco più che ventenne, da El Salvador. Juana Celia Landaverde Ortiz (conosciuta da tutti, semplicemente, Celia) subito aveva iniziato a guadagnarsi da vivere come collaboratrice domestica e per circa 20 anni ha lavorato nelle case di diverse famiglie milanesi. Nel frattempo, però, aveva cominciato ad aiutare i suoi connazionali che arrivavano in città. Dalle pratiche in questura alla ricerca di una casa, Celia era sempre disponibile a dare un mano. Venerdì 3 agosto, nella chiesa di San Gregorio (in via Settala), erano tantissimi a darle l'ultimo saluto. Celia era così conosciuta perché è stata una delle protagoniste dell'accoglienza e dell'integrazione degli immigrati a Milano. È stata tra le fondatrici del Centro solidarietà integrazione lavoro (Cesil), del Gruppo donne internazionali e, nei primi anni '90, dell'Anolf. "Ha speso la sua vita perché fosse rispettata la dignità delle donne e degli uomini immigrati", ha ricordato il sacerdote nella sua omelia. Nei primi anni '80 le fu offerto dalla Cisl di lavorare alla nascita del Cesil, proprio perché già da anni, nei ritaglia di tempo del suo lavoro di colf, aiutava in ogni modo gli altri stranieri. Era un'esperta, in un'epoca in cui in Italia quasi nessuno di occupava di immigrazione.

"Tanti di noi hanno imparato da lei cosa voglia dire saper ascoltare e accogliere -aggiunge Maurizio Bove, attuale presidente di Anolf-. Ci diceva sempre: 'ascoltate le persone, hanno bisogno di tempo per aprirsi e raccontarvi qual è il loro problema'. Per lei non c'erano pratiche da sbrigare, ma persone da aiutare". Con il Gruppo donne internazionali organizzava feste per far incontrare immigrati da paesi diversi e italiani. Il cibo, la danza, la cultura come strumenti per conoscersi, per raccontarsi, per capire. "Negli anni '80 e '90 organizzava buffet multietnici: oggi sembrano una cosa scontata, allora non si sapeva cosa fossero", aggiunge Bove.

Celia ha vissuto anche tutta l'evoluzione della legislazione sull'immigrazione: dalla legge Martelli alla Turco-Napolitano fino alla Bossi-Fini. Leggi che conosceva benissimo e i suoi contatti con la Questura di Milano erano quotidiani. Sulla sua scrivania sono passati migliaia di casi. Da qualche anno era in pensione, ma aveva continuato il suo impegno come volontaria, in periferia, allo sportello di Anolf al Corvetto. "Pensavi agli altri più che a te stessa, anche durante la malattia", ha ricordato una delle numerose persone che sono salite sull'altare per ricordarla e salutarla per l'ultima volta. (dp)

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