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L’ultima frontiera: robot umanoidi e sempre più soft

INCHIESTA "La robotica è tra noi". La ricerca non può essere fine a se stessa: ecco allora che il trasferimento tecnologico vede la collaborazione di imprese ed enti, il deposito di brevetti, la nascita di spin-off e startup

24 agosto 2018

ROMA - "La robotica ha preso piede perché soddisfa appieno i bisogni di riabilitazione delle persone: alta intensità di esercizio anche nella fase immediatamente post acuta, alta ripetitività, possibilità di personalizzare gli esercizi e capacità di misurare scientificamente i risultati della terapia – spiega Lorenzo De Michieli, coordinatore di Rehab Technologies Inail-Iit, laboratorio congiunto dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova –. Da qui la sua entrata massiccia in campo sanitario in tutte le sue declinazioni: non solo riabilitativa, ma anche robotica indossabile, protesica e umanoide. Ed è proprio l’intelligenza artificiale a essere l’ultima frontiera della sperimentazione: R1, per esempio, è un robot umanoide che sarà testato dalla Fondazione Don Gnocchi per l’applicazione in riabilitazione".

Grazie a un joint-lab, i due enti stanno lavorando insieme per far sì che il robot R1, in un futuro non troppo lontano, sia in grado di raccogliere oggetti, ricordare di prendere le -medicine, mimare e supervisionare alcuni semplici esercizi fisici da far fare al paziente nei suoi centri. "Si tratta di una tecnologia futuribile, pronta probabilmente tra qualche anno, finalizzata anche a far capire al robot quando è il momento di aiutare la persona in quanto ne riconosce lo sforzo in una sorta di dialogo tra sensori in grado di captare le informazioni cinematiche ed elettromiografiche". 

E poi ancora: robot “infermieri” che riconoscono lo stato di salute di una persona dal battito cardiaco o dagli indicatori di stress, come quelli che la Scuola Sant’Anna di Pisa sta testando nella Casa sollievo della sofferenza di San Giovanni Rotondo (Foggia) grazie al progetto “Accra”, e robot colf o badanti. "La robotica socio-assistenziale domestica, infatti, può fornire supporto alle persone fragili o con piccole non autosufficienze: può aiutare ad alzarsi dalla sedia, nella deambulazione, può gettare la spazzatura, può fare la spesa online (se collegata a Internet)", spiega Filippo Cavallo, ricercatore dell’Istituto di biorobotica toscano. "Abbiamo condotto una sperimentazione su 150 anziani tra Italia e Svezia tre anni fa. È da qui che siamo partiti per implementare l’intelligenza artificiale anche in campo sanitario, con comportamenti il più simile possibile a quelli dell’interazione umana". 

Ma la ricerca non può essere fine a se stessa, specialmente quando viene fatta da enti pubblici: ecco allora che il trasferimento tecnologico, ovvero l’insieme di attività finalizzate a portare i risultati della ricerca sul mercato, vede la collaborazione di imprese e altri istituti, il deposito di brevetti, la nascita di spin-off e startup anche in campo di robotica sanitaria. Così come non ci può essere ricerca se non ci sono risorse pronte a sostenerla. "I fondi provengono da tre fonti principali: bandi competitivi che finanziano singoli progetti – indetti dalla Commissione europea (la parte più cospicua), dal ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca, dal ministero della Salute, da Fondazioni o altri enti pubblici o privati –; finanziamenti pubblici diretti per gli enti di ricerca, come l’Iit e il Cnr; fondi dell’industria per sostenere programmi di innovazione di prodotto o di processo", interviene Eugenio Guglielmelli, prorettore alla ricerca dell’Università Campus bio-medico di Roma. 

Nessuno, comunque, sa con esattezza come sarà la robotica del futuro. Esiste però un crescente consenso, nella comunità scientifica e nelle aspettative della gente comune, che i robot della nuova generazione saranno soft, “soffici”, macchine leggere, versatili e resistenti allo stesso tempo, che si presteranno all’interazione fisica con le persone fragili, entrando in diretto contatto con loro, muovendosi con loro e sostenendole efficientemente e in sicurezza. Un po’ come sta già accadendo ora. Questa inchiesta, realizzata da Michela Trigari, è stata pubblicata sul numero di luglio di SuperAbile Inail, il magazine per la disabilità dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro curato dall’agenzia di stampa Redattore Sociale.(Michela Trigari)

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