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Reddito cittadinanza, Di Maio accelera. Gli esperti: "Meglio ampliare il Rei"

Il ministro annuncia tempi brevi per la misura, senza attendere la riforma dei Centri per l’impiego. Ma la prospettiva preoccupa. Gori: “Evitare la riforma della riforma”. Baldini. “Si rischia di puntare più a obiettivi politici che a misure efficaci”. Gazzi (Assistenti sociali): “Non si ribalti tutto, si rafforzi il Rei”

28 agosto 2018

ROMA - “Voglio una forma di reddito più ampia possibile, non procedo in modo timido”. Poche parole, quelle del ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Luigi Di Maio, intervistato sul Fatto Quotidiano di oggi, che la dicono lunga sulla volontà politica di portare a casa un risultato su uno dei cavalli di battaglia del Movimento 5 stelle, ovvero il Reddito di cittadinanza. Alle domande di Luca De Carolis, il ministro ha detto di voler realizzare “subito” tre misure contenute nel contratto di governo (reddito di cittadinanza, flat tax e superamento della Legge Fornero), sottolineando che la nuova misura di contrasto alla povertà potrebbe non attendere neanche la riforma dei Centri per l’impiego, ma andare di pari passo. Un annuncio politico che sembra dare un colpo di acceleratore al Reddito di cittadinanza, ma che presenta anche rischi reali per un sistema che potrebbe non essere ancora pronto ad accogliere l’allargamento della platea dei beneficiari di una nuova misura contro la povertà. 

A commentare le dichiarazioni del vicepresidente del Consiglio, è Cristiano Gori, professore di Politica sociale all'Università di Trento e ideatore del Reis, il Reddito di inclusione sociale, la proposta sviluppata e avanzata negli anni dall’Alleanza contro la povertà. “Un maggiore investimento sulla povertà da parte del governo può essere positivo - spiega Gori -, ma può paradossalmente portare delle criticità. È positivo se sviluppa il Rei ampliando l’utenza, gli importi e senza stravolgere il suo disegno. In questa logica, l’investimento sui Centri per l’impiego è assolutamente benvenuto. Il punto importante è che ai Centri per l’impiego venga chiesto di fare il loro lavoro, ovvero la costruzione di percorsi di inserimento professionale”. Il rischio per Gori, tuttavia, è che il governo, per dare un segnale una discontinuità, possa portare avanti una “riforma della riforma, andando a modificare un sistema che si sta faticosamente costruendo”. Il timore più grande, inoltre, è che si affidi ai Centri per l’impiego la regia del sistema senza attendere che la riforma degli stessi possa aver preparato il terreno. “Si provi ad immaginare se tutti i beneficiari dal primo gennaio iniziassero ad andare al Centro per l’impiego - spiega Gori -. Se il governo avesse avuto tre anni per preparare i Centri, il sistema potrebbe anche reggere, anche se per me si tratta di una soluzione sbagliata”. Per Gori, infatti, bisogna mettere un punto alle contrapposizioni retoriche tra comuni e Centri per l’impiego. “Valorizzare i Centri non significa dare loro il ruolo di governo della rete sulla povertà - puntualizza Gori -. Significa, invece, metterli nelle condizioni di fare bene il proprio compito. È vero che i comuni sono deboli su questo fronte, ma il Centri per l’impiego oggi sono molto più deboli”. 

Per Massimo Baldini, professore di Scienza delle Finanze dell’università di Modena e Reggio Emilia, inoltre, bisogna evitare di pensare che la povertà sia soltanto assenza di lavoro. “Non è solo un problema di occupazione - spiega Baldini -. I poveri in Italia, soprattutto quelli che dovrebbero essere raggiunti dal Reddito di cittadinanza, sono spesso famiglie in cui un lavoro c’è già, anche se precario. Puntare solo sui Centri per l’impiego oltre che difficoltoso per la loro situazione attuale è limitativo: è una visione della povertà un po’ vecchia. Oggi ci sono i lavoratori poveri e per questo è più conveniente un approccio multidimensionale non troppo focalizzato sui Centri per l’impiego”. Anche per Baldini, allargare la platea dei destinatari dei Reddito di cittadinanza in tempi brevi potrebbe non bastare per raggiungere tutte le persone in difficoltà economica. “Se si dovesse puntare sin da subito ad aumentare la spesa pubblica per raggiungere il numero maggiore possibile di beneficiari sarebbe sbagliato perché una misura così complessa e importante deve essere valutata e la valutazione richiede tempo - spiega Baldini -. In questo modo si rischia di puntare soprattutto a obiettivi politici che a misure efficaci. È necessario un approccio graduale. Sarebbe assurdo pensare di fare tutto subito. C’è il rischio enorme che i soldi poi vengano sprecati, se i territori non sono pronti”. Per questo bisognerebbe innanzitutto “espandere la platea del Rei - conclude Baldini - e non buttare via l’esperienza fatta, continuando ad investire sui servizi sociali dei comuni”. 

Sono i servizi territoriali, quindi, la “grande questione” su cui continuare la lavorare, spiega invece, Gianmario Gazzi, presidente del Consiglio nazionale degli assistenti sociali. “Prima bisogna costruire delle reti, altrimenti ogni tipo di intervento risulterà assistenzialistico - spiega Gazzi -. Che poi si chiami Reddito di inclusione o Reddito di cittadinanza, il punto vero è quello di costruire le condizioni perché non diventi un bonus”. Per Gazzi, non serve cambiare tutto, ma ripartire “ampliando il Rei e iniziando a costruire le condizioni sia economiche che sociali e di accompagnamento perché le persone si emancipino da una situazione di difficoltà”. L’errore commesso più volte in passato sulle politiche sociali e da non ripetere, spiega Gazzi, è quello di cambiare tutto per questioni meramente politiche. “Bisognerebbe prendere quello che di buono è stato costruito e andare avanti in una direzione di rinforzo piuttosto che ribaltare tutto - conclude Gazzi -, perché il risultato potrebbe essere solo un inceppamento. Che serva un intervento sui Centro per l’impiego siamo tutti d’accordo. Tuttavia, con il Rei si è avviato un percorso di rinforzo dei servizi e di costruzione di equipe sul territorio. Se adesso stoppiamo tutto, il rischio è che non vedremo mai una vera misura di contrasto alla povertà”. (ga)

 

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