:::

Inserisci le tue credenziali per accedere ai servizi per gli abbonati

   
Ricordami

Password dimenticata?

Oppure scopri come abbonarti »

Stampa Stampa

L'istituto? Una pessima soluzione. Parola di mamma di due figli disabili

INCHIESTA sulla vita segreta nelle residenze per disabili, quarta puntata. La testimonianza di una madre che racconta la permanenza dei suoi figli all’interno delle strutture residenziali: “I nostri figli vengono lasciati indietro, il loro malessere e i loro desideri non trovano ascolto”

31 agosto 2018

ROMA - Che la segregazione non sia acqua passata risulta chiaramente dalla testimonianza di Donata Vivanti, persona da sempre impegnata con vari ruoli nell’associazionismo a favore delle persone disabili e attualmente presidente della Fish Toscana. Madre di due figli con disabilità ed elevata necessità di sostegno, decide insieme al marito di aiutarli a trovare la propria strada, come avevano già fatto i loro fratelli maggiori. La prima scelta cade su una struttura residenziale di grandi dimensioni. Subito però appare chiaro che si tratta di una decisione sbagliata: “Come temevamo, l’istituto si rivelò una pessima soluzione – scrive la presidente della Fish Toscana in uno tra i più bei capitoli del volume “La segregazione delle persone con disabilità. I manicomi nascosti in Italia” –. Nulla da dire su pulizia perfetta, vitto ottimo e personale disponibile ad accettare la formazione specifica sulle necessità dei nostri figli, che iniziammo da subito a proporre e organizzare. Ma le dimensioni stesse dell’istituto e le sue regole si rivelarono da subito degne di una prigione. L’istituto ospitava 120 persone con disabilità di età disparate. I nostri figli erano sistemati al terzo e ultimo piano, insieme ai “pazienti” con autismo, in una specie di corsia d’ospedale, con camere, bagni e sala mensa, nient’altro”. 

Illustrazione di Lorenzo Calabresi. In "Arte irregolare" (in vendita su http://arteirregolare.comitatonobel disabili.it).
struttura 4_illustrazione di Lorenzo Calabresi

Ben presto nella camera dei due fratelli viene aggiunto un terzo letto, dove trova posto un nuovo ospite. Come se non bastasse la finestra della stanza affaccia su un muro e i ragazzi indossano abiti marcati da un’etichetta con codice a barre. Anche i pupazzetti che hanno portato da casa vengono loro tolti: la ragione è che possono creare problemi con gli altri abitanti della struttura. Ma il peggio sono i bagni: una fila di servizi igienici di fronte alle camere, senza porte per permettere agli operatori di controllare più agevolmente chi li usa. “Prevedibilmente i problemi di comportamento iniziarono presto. Il più mite di nostri figli aveva viso e torace segnati dalle ferite che si procurava picchiandosi. Quell’esperienza fu dunque interrotta, ma rimediare alle sue conseguenze ci costò tempo, impegno e fatica”.

box La soluzione questa volta sembra risiedere in due comunità alloggio affiancate, che si presentano come palestra di apprendimento dell’autonomia e della vita quotidiana per i loro ospiti. All’inizio tutto fila liscio: i ragazzi imparano cose nuove e la domenica sera, dopo un weekend in famiglia, sono felici di rientrare nelle loro rispettiva comunità. “Poi, gradualmente, tutto cambiò. Non venni più coinvolta nella formazione degli operatori, quelli più esperti venivano spostati in altri servizi come premio alla carriera, il turnover del personale divenne continuo, senza alcuna preoccupazione per il dispiacere che avrebbe potuto creare agli ospiti”, racconta la madre. Poi le comunità, originariamente di sette persone ciascuna, si allargano e infine vengono accorpate per mancanza di personale

Chi vorrebbe vivere in un mondo in cui le persone cui si affezionano spariscono dalla propria vita da un giorno all’altro senza una ragione comprensibile? Chi vorrebbe condividere la propria vita con persone che non vedono l’ora di andarsene?”, si domanda Donata. Qualche tempo dopo uno dei figli comincia a sbattere la testa contro il muro. Viene proposto un intervento farmacologico. Ma quando sua madre gli domanda se prova dolore, indica la mandibola. Il dentista conferma che si tratta di una carie a un molare arrivata a intaccare l’osso. Nella struttura che li ospita la manifestazione del dolore fisico non è contemplata: al posto di cercare la cura, si cerca il modo di mettere a tacere l’espressione del dolore. 

“I nostri figli vengono lasciati indietro” è la conclusione amara di Donata. Per loro non è contemplata nessuna possibilità di scelta, il loro malessere non trova ascolto, come d’altra parte neppure i loro desideri. È questo il rischio peggiore della segregazione: creare un esercito di persone, sfamate e accudite, ma separate dal resto del mondo e private anche delle più elementari possibilità di scelta sulla propria vita. Al tema dell'istituzionalizzazione delle persone con disabilità è dedicata l'inchiesta di SuperAbile Inail, pubblicata sul numero 6/2018 e curata da Antonella Patete.

Al tema dell'istituzionalizzazione delle persone con disabilità è dedicata l'inchiesta di SuperAbile Inail, pubblicata sul numero 6/2018 e curata da Antonella Patete.
L'inchiesta è stata illustrata da Lorenzo Calabresi. Le opere sono esposte in Arte irregolare, galleria online realizzata dal Comitato Nobel per i disabili onlus con i Dipartimenti di salute mentale delle Asl di Bologna, Firenze, Piacenza e Perugia, Osservatorio Outsider Art, associazioni, atelier, cooperative sociali e artisti (in vendita su http://arteirregolare.comitatonobel disabili.it).

© Copyright Redattore Sociale

Stampa Stampa