“Don't worry”. Al cinema il "tetra" alcolizzato, contro ogni pietismo

In sala l'ultimo film di Gus Van Sant, ispirato alla vita di John Callahan: alcolizzato, rimane tetraplegico in un incidente stradale. Continua a bere, finché non capirà, grazie a una gruppo di alcolisti anonimi, di poter diventare finalmente “indipendente”. Solo allora scoprirà il suo talento

31 agosto 2018

Don't Worry di Gus Van Sant_locandina

ROMA – Non è un eroe, né tanto meno un santo: è diventato tetraplegico perché “se l'è cercata”, con una vita dissipata, annegata in litri di alcol e quali finita contro un palo, nell'auto guidata dall'amico più ubriaco di lui. Il protagonista di “Don't worry”, ultima pellicola di Gus Van Sant, uscita pochi giorni fa in sala, è John Callahan (interpretato da Joaquin Phoenix), realmente nato e vissuto in Oregon e morto nel 2010. 

Le biografie lo presentano come “vignettista”, ma solo molto tardi scoprì questo suo talento e iniziò a esercitarlo, nonostante la rigidità delle sue mani e di tutto il suo corpo. Prima, dovette passare attraverso la sensazione di non essere nessuno, di non poter far nulla, di essere morto anche se vivo: una sensazione che, prima ancora dell'incidente, si sentiva addosso, imputandola al fatto di essere “orfano”, rifiutato dalla madre alla nascita e adottato da una famiglia che lo ha fatto sempre sentire estraneo. Era questo “l'alibi” per bere e bere sempre di più: perché per diventare alcolizzato, serve un alibi: e ciascuno sa trovare il proprio. Se ne esce solo quando “si perdona”: gli altri, ma soprattutto se stessi. E si inizia a “bere acqua” solo quando si smarchera e si mette a tacere il proprio personale alibi. Una lezione cinematografica sull'alcolismo e sulla dipendenza in genere, affidata nel film – e nella vicenda biografica di Callahan - al gruppo degli alcolisti anonimi cui John si rivolge e sopratutto alla loro “guida spirituale” - perché questa, in fin dei conti, è la sua funzione, questo il suo carisma -, il giovane Donnie, che si è salvato dall'alcol ma non sfuggirà all'Aids. 

Don't Worry di Gus Van Sant_scena del film

Se l'alcolismo e i “dodici passi” per superarli sono certamente al centro dell'intreccio, avvolti in un'aura mistica che attribuisce ai gruppi di recupero uno spessore ben diverso da quello puramente assistenziale e terapeutico in cui normalmente ci vengono presentati, la disabilità e la nuova “dipendenza” che questa genera sono condizioni che Van Sant mostra in tutto il loro carnale spessore, senza però suscitare mai nello spettatore commiserazione o pietà. Sarà che Callahan “se l'è cercata”; sarà che è un personaggio graffiante e provocatorio; sarà che non rispetta mai le regole; sarà che per buona parte del film lo vediamo bere senza misura e senza decoro. Sarà pure che l'assistente che sceglie è uno “zotico” come lui e che la ragazza di cui s'innamora, pur nella sua bellezza e nella sua grazia, è “zotica” anche lei: di fatto, questo personaggio non ci commuove e non ci impietosisce, perché gli “zotici” non suscitano e non provano sentimenti pietosi e filantropia. Eppure le scene drammatiche non mancano: basti pensare ai diversi “lavaggi” di John, con il sollevatore nella vasca, o con una pompa in cucina; o all'immagine, breve ma decisiva, delle sue mani che vorrebbero raggiungere la bottiglia di vodka nella credenza, ma non ci riescono. Ed è da lì, dalla piena e improvvisa consapevolezza della propria dipendenza fisica, che di fatto inizia il percorso di John verso l'indipendenza esistenziale. Decide di smettere, non prima di aver avuto delle “visioni” e dei contatti metafisici con la madre che non l'ha voluto. Decide di entrare nel gruppo, prima diffidente e insofferente, poi con curiosità e fiducia crescenti. Fino a farsi completamente abbracciare, lui che abbracciare non può, da quei “pazzi” che gli hanno permesso di conoscersi e accettarsi, dandogli quella libertà e quella “indipendenza” senza le quali non avrebbe potuto scoprire il suo talento. 

Si potrebbe dire che la disabilità abbia salvato John dall'alcolismo, ma sarebbe una lettura forzata di una storia che non vuole incoronare in alcun modo la disabilità, né perciò conferirle un potere salvifico. E' una storia vera, quella di John Callahan, non una favola in cui la disabilità è la fata buona e l'alcol il mostro malvagio. Ci si può forse limitare a dire che John Callahan, perdendo la propria indipendenza motoria, ha preso di petto la dipendenza a cui si era condannato fino a quel momento, trovando così la libertà e il piacere di giocare in strada, con i ragazzi sullo skate. Bambino anche lui adesso, spensierato come non era da bambino. E quando la carrozzina si rovescia sulla rampa, mentre prova come loro il salto acrobatico, poco male: sono in tanti e lo aiuteranno a rialzarsi. (cl)

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