:::

Inserisci le tue credenziali per accedere ai servizi per gli abbonati

   
Ricordami

Password dimenticata?

Oppure scopri come abbonarti »

Stampa Stampa

Libia, Aoi: "Basta abusi su migranti, tregua sia immediata"

L' Associazione delle organizzazioni italiane di cooperazione e solidarietà internazionale esprime profonda preoccupazione per lo stato di emergenza di Tripoli e rinnova la ferma condanna delle violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione

04 settembre 2018

ROMA - Basta abusi sui migranti, in Libia si lavori per una tregua immediata. A chiederlo è l'Associazione delle organizzazioni italiane di cooperazione e solidarietà internazionale (AOI), che in una nota esprime profonda preoccupazione per lo stato di emergenza di Tripoli e rinnova la ferma condanna delle violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione alla luce del nuovo Rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, consegnato pochi giorni fa al Consiglio di Sicurezza.

- “Migranti e rifugiati hanno continuato a essere vulnerabili alla privazione della libertà e alla detenzione arbitraria nei luoghi di detenzione ufficiali e non- si legge nel rapporto di Guterres- Torture, compresa la violenza sessuale; rapimento a scopo di riscatto; estorsioni; lavoro forzato; uccisioni illegali. Il numero di migranti detenuti è cresciuto a causa dell’aumento delle intercettazioni in mare e per effetto della chiusura delle rotte marittime ai migranti, impedendo la loro partenza I colpevoli degli abusi includono funzionari statali, gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e bande criminali”. Per questo - spiega Aoi -abbiamo già denunciato l’errore di fornire strumenti alla Guardia Costiera libica per pattugliare il Mediterraneo e respingere i migranti, riportandoli nell’inferno libico, come accaduto lo scorso agosto quando il Parlamento italiano, con 382 voti favorevoli, aveva approvato lo stanziamento di 12 nuove motovedette.

"Nel frattempo il Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, esulta per il rimpatrio di 275 migranti (tra cui 54 donne e 26 bambini) da parte proprio della Guardia Costiera libica, restituiti alla paura, la violenza, le torture denunciate dall’Onu - continua la nota. Tra le testimonianze rese note quella di Raoul Mosconi, consigliere del Cefa, ong socia Aoi, impegnata in Libia in programmi umanitari sul campo: “operiamo in Libia da inizio anno, in un consorzio con Fondazione Albero della Vita e Cir, assieme ad altre realtà internazionali, agenzie delle Nazione Unite e all’interno di un coordinamento Aics per dare soccorso alle persone che vivono in condizioni disumane nel centro di detenzione governativo di Tarek al Matar - spiega Mosconi -. Attraverso la distribuzione bisettimanale di beni di prima necessità, garantendo presenza medica e fornitura di medicine e presidi medici si sono assicurate condizioni minime di vita. Questa presenza ha rappresentato anche una garanzia per le persone detenute spingendo i gestori del centro al rispetto dei diritti umani. Oggi serve soccorso per i migranti reclusi e per la popolazione civile libica per scongiurare altri morti e salvaguardare le vite umane, in ogni luogo, così in mare, come nei centri di detenzione.”

Intanto la situazione, alla luce dei recenti scontri che si stanno verificando a Tripoli, è destinata a peggiorare. Aoi chiede una tregua immediata tra le parti e l’apertura del dialogo con la mediazione delle Nazione Unite. "L’Unione Europea eserciti le dovute pressioni affinché le autorità libiche sottoscrivano la Convenzione di Ginevra e accettino che a coordinare gli aiuti e l’assistenza nei centri di detenzione sia l’Unhcr - si legge.  L'associazione chiede poi al governo italiano di intervenire repentinamente per garantire accesso alle strutture detentive libiche ai funzionari UNSMIL e OIM al fine di verificare il rispetto dei diritti umani fondamentali; inoltre assicuri l’accoglienza di quanti fuggono dalla recrudescenza in atto della guerra civile, prime vittime, insieme alla popolazione civile, degli scontri. Infine si esprime contro qualsiasi intervento militare in Libia: "la storia ci insegna che non è con la violenza che si facilitano i processi di pace e una nuova guerra causerebbe soltanto nuove vittime civili".

 

© Copyright Redattore Sociale

Stampa Stampa