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“Non chiamatela assassina”: appello della mamma di un ragazzo disabile

Elena Improta, che ha un figlio con grave disabilità, commenta il caso della donna che, in Sardegna, ha tolto la vita ai due figli disabili e poi si è suicidata: “non è violenza, né follia: in certi casi, può essere un atto d'amore e di coraggio. Può capirlo solo chi lo vive ogni giorno”

08 settembre 2018

ROMA – Non un atto di follia, né tanto meno un crimine o un gesto di violenza: per Elena Improta, mamma di un ragazzo con grave disabilità, quello compiuto ieri dalla donna sarda, che ha tolto la vita ai suoi figli gemelli disabili e poi si è suicidata, è “un atto di coraggio e di amore”. É una convinzione maturata dall'esperienza di vita vissuta accanto a suo figlio, a stretto contatto e a piena disposizione delle sue esigenza, nella mancanza di servizi e di supporti. E' una convinzione per la quale "chiedo comprensione a Dio, quando lo prego, perché veda quanto possa essere assurdo mettere al mondo i figli per poi lasciarli soffrire in un istituto o trattati male in un centro diurno, quanto possa essere disumano tutto questo e quanto invece la pace e l'idea del sonno eterno possa ridare quasi un equilibrio a quello che è il nostro vivere quotidiano. Io credo che questa donna, come tanti altri genitori che hanno scelto con coraggio – perché ci vuole tanto coraggio, non follia – di far addormentare per sempre le loro piccole, sempre piccole creature, possa essere un gesto di amore e di libertà”.

Elena Improta in sciopero della fame per il figlio disabile
Elena Improta e sciopero della fame per disabilità



Ciò non significa, naturalmente, che sia questa la strada da percorrere: la 'provocazione' di Elena Improta vuole soprattutto far riflettere su quanto sia negato a queste famiglie, lasciate sole nel difficile compito assistenziale. “Soprattutto nei casi ad alto carico assistenziale, la scelta della famiglia di seguirli e curarli presso le proprie abitazioni o in ambienti di tipo familiare è una scelta difficilissima, che non viene garantita e supportata dalle istituzioni. Questo crea uno stato di stanchezza, dolore, paura, rabbia, perché si considera la famiglia come unico luogo in cui il proprio figlio possa vivere una dimensione di armonia e affetto. Così, quasi tutto il percorso della nostra vita è segnato dal pensiero della morte, non intesa però come atto violento o scelta folle, ma come gesto di amore e coraggio, nella consapevolezza che purtroppo non ci sarà mai nessuno, dopo di noi, che li curerà, li amerà, li accudirà come abbiamo sempre fatto noi. Non è un atto di presunzione, ma è la consapevolezza che non ha senso vivere senza dignità, sempre sentendosi scartati e continuamente diversi. Quando non riesci più a vedere il sorriso negli occhi di tuo figlio e no scorgi più la forza nel tuo sguardo nello specchio, è lì che c'è la morte in agguato. Rimanere qui, in terra e vivere in questo modo è molto più violento. Ed è questa la vera violenza che subiamo dalle istituzioni e dallo Stato. La scelta di addormentarci tutti insieme, dando finalmente ai nostri figli la libertà e la dignità che qui non hanno, può diventare allora un gesto di grande amore”.

BOX Perché questo non accada, occorrono supporti concreti e una presa in carico sociale, che per ora manca quasi completamente: “La legge sul dopo di noi è sicuramente primo passo, ma non è una soluzione, non dà risposte sopratutto dal punto di vista sanitario alle disabilità gravissime. La realtà che viviamo ogni giorno ci pone davanti continui ostacoli e umiliazioni. L'altro giorno – racconta infine Improta - alla Asl hanno rigettato il sussidio per gravissimi a Mario, nonostante tutte le nostre battaglie e le mie denunce. Oggi andrò a fare un'altra valutazione in intramoenia a Tor Vergata, ci siamo dovuti rivolgere ad un avvocato consulente di Anffas. È vergognoso, perché Mario non ha nessun tipo di assistenza se non la pensione e l'accompagno e solo quattro ore al giorno di assistenza dal Comune: se non fosse per me e per l'associazione che ho creato, non avrebbe neanche un minimo di socializzazione. Dentro gli uffici della Asl, ho urlato la mia disperazione, dicendo che 'ci volete vedere tutte mamme omicide e suicide perché non ci date la possibilità di vivere qui e ora'. Cos'ha fatto il direttore sanitario? Ha chiamato i carabinieri. Questa è la drammatica realtà che noi famiglie viviamo ogni giorno. Finché questo non cambierà, non venite a dirmi che quella mamma è un'assassina”. (cl)

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