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Reddito di cittadinanza, Cinque Stelle e Lega scavalcano il Rei

Approvata dalla maggioranza a Montecitorio una mozione che traccia la linea dei futuri interventi: misura “soltanto” per i cittadini italiani, valorizzazione dei centri per l’impiego, migliore utilizzo fondi europei. Il giudizio sul Rei? Che avvantaggia solo i più poveri

12 settembre 2018

- ROMA – Mentre il vicepremier Di Maio ribadisce che già nella prossima legge di bilancio dovrà esserci il reddito di cittadinanza, alludendo a seri problemi per il governo nel caso in cui ciò non accada, la maggioranza Cinque Stelle – Lega mette nero su bianco in Parlamento i principali intendimenti sul tema. Lo fa approvando a Montecitorio (290 voti favorevoli e 230 contrari) una mozione (1-00018, primi proponenti D’Uva e Molinari) che impegna il governo ad assumere iniziative per il contrasto alla povertà, alla diseguaglianza e all’esclusione sociale. Quello della maggioranza è l’unico fra i testi delle mozioni “concernenti iniziative volte a implementare il Reddito di Inclusione”, presentate da tutti i partiti, ad essere approvato, e contiene significativi indirizzi per il governo in carica. Anche se non si parla apertamente di cifre (a tal proposito, Di Maio ha smentito le recenti indiscrezioni che parlavano di un tetto iniziale a 300 euro, ripetendo ancora che si sta ragionando di una misura da 780 euro al mese per 5 milioni di persone).

Reddito di cittadinanza. La mozione Cinque Stelle – Lega impegna il Governo “ad assumere iniziative per istituire il reddito di cittadinanza, quale misura per il contrasto alla povertà, alla diseguaglianza e all’esclusione sociale”. Il testo mette in risalto il ruolo dei centri per l’impiego (dei quali si chiede riorganizzazione e potenziamento), chiamati a proporre al fruitore del reddito di cittadinanza delle offerte di lavoro, con “decadenza del beneficio” in caso di “rifiuto allo svolgimento dell’attività lavorativa richiesta”, e parla della volontà di rendere “effettivo il diritto al lavoro e alla formazione, attraverso politiche volte al sostegno economico e all’inserimento sociale di tutti i cittadini italiani in pericolo di marginalità, nella società e nel mondo del lavoro”.

Solo gli italiani. Il richiamo ai soli cittadini “italiani” (che era peraltro già stato oggetto di critiche giuridiche) è voluto e più volte presente: il testo impegna il governo a prevedere dei criteri di accesso e dei sistemi di monitoraggio che garantiscano che l’erogazione del reddito di cittadinanza sia indirizzata “soltanto ai cittadini italiani che ne hanno davvero diritto”, e richiama quanto affermato dal premier Conte in occasione del voto sulla fiducia al governo: “Il reddito di cittadinanza non ha mera natura assistenziale ma di reinserimento dei cittadini italiani momentaneamente disoccupati”. La maggioranza chiede anche al governo di lavorare in Europa per adottare iniziative per potenziare, estendere e rendere più efficace ed efficiente la gestione dei fondi che incidono sulle politiche di welfare. E poi, ampliando il discorso, impegna il governo a “valutare l’opportunità di assumere iniziative per assegnare una pensione di cittadinanza ai cittadini italiani che vivono sotto la soglia minima di povertà, attraverso l’integrazione dell’assegno pensionistico, inferiore a 780 euro mensili, secondo i medesimi parametri previsti per il reddito di cittadinanza”. Dal punto di vista operativo, la mozione della maggioranza suggerisce al governo di “fissare un ammontare, parametrato alla soglia di rischio di povertà (calcolata sia per il reddito che per il patrimonio) alla base della scala Ocse per nuclei familiari italiani più numerosi.  

Il giudizio sul reddito di inclusione. Il testo della mozione contiene ampi riferimenti al Reddito di Inclusione (Rei), la misura voluta dal governo Renzi e ampliata poi dal governo Gentiloni, che viene presentata come una “misura unica nazionale di contrasto alla povertà”, e quindi come “livello essenziale delle prestazioni da garantire uniformemente su tutto il territorio nazionale”. “Dal punto di vista teorico – si legge nella mozione approvata dalla maggioranza - la scelta tra selettività e universalismo riflette una diversa concezione circa il ruolo dello Stato. Nel caso del cosiddetto Rei, il modello di riferimento è quello di uno stato sociale con compiti residuali, in cui la fornitura delle prestazioni non può che essere subordinata alla prova dei mezzi e il livello dei benefici deve essere appena sufficiente a garantire un livello minimo di risorse”. I firmatari della mozione invece “ritengono che uno stato sociale debba avere compiti redistributivi, erogando, in moneta o in natura, prestazioni sociali volte a garantire alla generalità dei propri cittadini un tenore di vita adeguato, comunque commisurato anche a uno standard di povertà relativa”. Secondo la maggioranza “una delle principali motivazioni addotte a favore del ricorso a criteri selettivi, ovvero del cosiddetto Rei, è da ricercarsi nella presunta minore onerosità per il bilancio statale unita ad una maggiore efficacia in  termini di equità”. Per Lega e Cinque Stelle “la misura del Rei avvantaggia esclusivamente coloro che si collocano nelle posizioni reddituali inferiori della distribuzione, mentre l’erogazione di un beneficio universale comporta benefici anche per le classi medie”. Il Rei insomma “attua misure tradizionali allo scopo di garantire un livello minimo di sussistenza nel caso i singoli individui non dispongano di fonti alternative di reddito: tale misura agisce come una sorta di protezione contro il rischio di non lavorare e si configura sostanzialmente come misura redistributiva per combattere esclusivamente la povertà di reddito”.

I vantaggi del Reddito di cittadinanza. La maggioranza afferma che “l’Italia è dotata di un welfare caratterizzato da un ritardo strutturale in relazione ai mutamenti che stanno avvenendo nel mercato del lavoro” e che in particolare il welfare italiano non ha preso, fino ad ora, in considerazione le trasformazioni che riguardano il tradizionale lavoro basato su occupazione a tempo pieno, mansioni per lo più univoche e una carriera definita sul  ciclo di vita”. “Un reddito di cittadinanza avente un importo più elevato rispetto al sussidio economico che il Governo Renzi ha introdotto, potrà nel prossimo futuro determinare – si afferma nel testo - una riduzione degli ammortizzatori sociali presenti nel sistema, andando così a sgravare il bilancio dell’Inps da una serie di costi e, in aggiunta, verrebbe garantita una riduzione dei contributi sociali a vantaggio sia dei salari, sia dei redditi da lavoro”. In definitiva “sostenere il reddito di cittadinanza significa superare il concetto di reddito minimo garantito sottoposto ad un elevato livello di condizioni, compresa la prova di eventuali mezzi di sussistenza ed agire contro la povertà e l’esclusione sociale”. (ska)

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