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Barbieri e falafel: così nasce l'economia in un campo profughi

Le ricercatrici Viola Corradini, Giulia Buccione e Beatrice Montano, ex Bocconi oggi fra Usa e Londra, stanno studiando “l'economia di mercato embrionale” che hanno osservato nel campo profughi di Ritsona, in Grecia. La prima scoperta? “L'Europa sperpera le competenze di queste persone”

17 settembre 2018

MILANO – A Moria, nell'hotspot per migranti sull'isola greca di Lesbo, i giovani afgani che nel 2016 erano bloccati per mesi o anni nel limbo del campo, di notte si davano alla macchia per qualche ora. Fuori dalla recinzione, attraverso un buco ricavato sul retro del campo, un paio di chilometri di cammino lungo la collina che porta alle acque del mar Egeo e lì, in un'insenatura della costa, si mettevano a pescare con reti e fiocine improvvisate. Per portare a “casa” del pesce, per sé e per gli altri compagni di sventura, contro la monotonia del regime alimentare che è imposto ai profughi sull'isola fatto di “potatoes and maccheroni”, come recita il ritornello di una filastrocca sarcastica inventata dai migranti che la intonano polemicamente a orario pasti lungo la coda per la mensa. Le “potatoes and maccheroni” sono in realtà delle mezze penne con patate e il condimento di un'insalata greca – olive e feta – che vengono somministrate ai ragazzi sei giorni a settimana. 

- Nel campo greco di Ritsona, abitato per il 90 per cento da arabi siriani e curdi siriani in fuga dalla guerra, si è creata “un'economia di mercato embrionale”, parallela alle attività istituzionali dell'Organizzazione internazionale delle migrazioni che gestisce burocrazia e infrastrutture e a quelle in capo ad un mosaico di piccole e grandi ong, dalla Croce rossa agli svedesi ecologisti della Lighthouse relief. È così che Viola Corradini, Giulia Buccione e Beatrice Montano, tre studentesse laureate all'Università Bocconi di Milano e oggi rispettivamente dottorande in Economia al Mit di Boston (Corradini), alla Brown University (Buccione) e ricercatrice alla London School of Economics (Montano), definiscono ciò che hanno visto fra 2017 e 2018, nei quasi 20 giorni complessivi spesi all'interno del campo profughi di Ritsona, con l'obiettivo di studiare i rudimenti di questa microeconomia locale e delle interazioni sociali che vi avvengono, attraverso l'osservazione e una serie di questionari da sottoporre alle famiglie. Partendo da domande semplici ma significative che variano dalle informazioni personali a quelle sulla vita sociale ed economica di ogni famiglia come “Quanti soldi spendi in cibo? Quanti per i computer? Quanti ne hai portati dal tuo Paese di origine?”. La modalità di raccolta è consistita nel recarsi in prima persona a bussare ai container, accompagnati da alcuni ragazzi del campo come intermediari. 

“Quando siamo entrate per la prima volta – raccontano le tre ricercatrici raggiunte su Skype –. Ci siamo rese conto della tendenza ad aprire attività nel campo tutte gestite dai rifugiati e avviate con capitali propri, la cui unica interazione con l'economia esterna è data dai rifornimenti di merci in città, Atene o Chalkida, distanti un'ora e mezzo di pullman con frequenze molto incerte: dallo spazzolino alla frutta, si fa completamente riferimento ai 'commercianti' che sono riusciti a trasportare i beni all'interno”. “C'è una strada principale che attraversa il campo – spiegano – dove si sono clusterizzate le attività economiche: dal minimarket, ai falafel, ristorantini, banchi per frutta e verdura, barbieri, come a voler ricreare la dinamica di una vera e propria città e che non sia solo un accampamento”. Intervengono anche variabili di genere (“abbiamo visto un solo negozio gestito da una madre irachena sola”) e altre psicologiche nello strutturarsi di un mercato: “Affianco ai negozi, c'è una quota di persone caratterizzate da un generale senso di rifiuto a mettere in campo azioni per migliorare la situazione: investire tempo e soldi nell'avvio di un'attività significa in cuor proprio accettare che quella situazione perdurerà nel tempo, mentre la speranza è che domani sia finita, arrivi la lettera dell'Onu e che si possa partire. C'è chi aspetta il domani, magari per anni”. 

Mostrarsi lungo la via dei negozi è quello che le tre definiscono anche un “meccanismo di auto selezione nel rapporto sopratutto con gli stranieri”, mentre l'inattività di chi coltiva la speranza di andarsene al più presto, senza riuscirci, mostra due facce brutali della stessa medaglia. Per Viola, Giulia e Beatrice da un punto di vista economico vi è “spreco e perdita di capitale umano, di persone con conoscenze e competenze, dovuto al meccanismo farraginoso di Dublino, del sistema di accoglienza e asilo in Europa: uno dei ragazzi che ci ha aiutato nella ricerca distribuendo il questionario ha la nostra età e si stava laureando in infermieristica. Oggi lui e gli altri sono in balia del caso in un contesto di incertezza”. Da un punto di vista etico e di empatia umana a colpire le dottorande è stata sopratutto “l'apatia e la sospensione nel limbo di questo campo, un contesto che tende a replicare segregazione e reclusione”. A cominciare dagli spazi fisici. Proprio dai luoghi è nata la loro indagine che a gennaio 2019, al loro temporaneo rientro in Italia, potrebbe portare ad una prima presentazione di dati elaborati: l'architetto Bonaventura Visconti di Modrone stava progettando e disegnando una tenda che deve funzionare da spazio comune, sociale e di aggregazione dentro al campo. E ha commissionato al Leap della Bocconi – il Laboratory for effective anti-poverty policies dell'ateneo di viale Bligny che ha finanziato al ricerca – una valutazione d'impatto sull'installazione di questa tenda dentro al campo. Di cosa si tratta? “Il disegno della tenda proposto dall'architetto teneva già in considerazione aspetti di convivialità, altri relativi alla distinzione di ambienti per etnia, altri ancora nel rapporto uomo-donna” spiega Beatrice Montano e “l'ambizione è descrivere i cambiamenti sulle interazioni sociali, sul livello di soddisfazione della propria vita, come variano le scelte dei singoli individui dal momento dell'installazione”. Nei questionari sottoposti figurano domande come “Chi frequenti nel campo? Ti fidi di questa etnia?” per vedere se “uno spazio ben disegnato possa ampliare il network di conoscenze, il raggio di azione o l'inclusione dei diversi generi sessuali”. Partendo da una situazione in cui “le persone conoscono solo i vicini di container, a volte nemmeno quelli e non allargano il loro perimetro”. (Francesco Floris)

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