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La birra realizzata dai detenuti al Salone del gusto di Torino

"Vale la pena", progetto made in Lazio, è sbarcato anche al Salone del gusto di Torino. Coinvolge chi è in regime di semilibertà con l'obiettivo di creare una professionalità e ridurre la recidiva

23 settembre 2018

ROMA - "Vale la pena". Non si poteva trovare un nome piu' azzeccato per il progetto tutto dedicato alla birra e al reinserimento sociale dei detenuti. L'iniziativa made in Lazio e' sbarcata anche al Salone del gusto di Torino, dove "Vale la pena" ha portato la sua birra artigianale su una bicibirrificio, una bicicletta superattrezzata per la vendita -itinerante, con tanto di slogan, 'nun ve fate beve, ve famo beve noi', cassa e lavagnetta con il menu. In tema, anche i nomi dei prodotti: si va dalla Recuperale, una birra fatta usando il pane in eccedenza dei ristoranti, a Fa' er bravo, di origine americana, fino a Gatta buia, di qualita' scura.

Gli ospiti del Salone le hanno assaggiate tutte grazie a una degustazione organizzata nello stand della Regione Lazio e di Arsial a Terra Madre. "Il progetto nasce tra il 2011 e il 2012 dall'associazione Semi di liberta'", ha spiegato Oscar La Rosa, 31 anni, che dopo una laurea in Scienze politiche e un master ha deciso di entrare a far parte di Vale la pena per aiutare questa realta' a crescere sul mercato.

I loro prodotti si trovano da Eataly, nel birrificio ospitato dall'Istituto agrario Sereni di Roma e da poco anche nel pub aperto nella Capitale, a Furio Camillo. In vendita nel locale inaugurato a settembre, anche tutti gli altri prodotti di agricoltura carceraria, come i taralli di Trani, la pasta di Palermo, dal cui carcere minorile arrivano anche i dolcetti, i grissini da Torino e il caffe' 'galeotto' prodotto a Rebibbia e Pozzuoli. "Nel nostro pub ci lavorano un ex detenuto e un detenuto che ha un permesso fino alle 23", ha specificato Oscar. Si', perche' Vale la pena coinvolge chi e' in regime di semiliberta' con l'obiettivo di creare una professionalita' ancora prima di tornare nella societa' ed evitare cosi' le recidive. "Un tasso altissimo, il 70%, colpisce queste persone che dopo una media di 5 anni tornano dentro. La chiave di tutto e' il lavoro- ha raccontato Oscar- e noi offriamo loro una professione nel settore della birra artigianale. Fino a oggi, con il nostro progetto abbiamo accompagnato 13 ragazzi. Di questi, 2 sono tornati nel loro Paese di origine, mentre gli altri 11 li sentiamo mensilmente. Sono avviati al lavoro con una buona reputazione sociale".

Del resto, negli ultimi anni la cultura della birra e' cresciuta a vista d'occhio in Italia, tra prodotti artigianali e biologici. "Non c'e' piu' quella visione di un prodotto alcolico consumato per sballarsi- ha detto ancora La Rosa- Noi dedichiamo grande attenzione alle materie prime, perche' la birra e' una bevanda che raccoglie tanti profumi e sapori". Vale la pena coinvolge 3 detenuti alla volta inserendoli in percorsi formativi che permettano loro di conoscere tutte le diverse fasi del lavoro. "Poi, se riusciremo a ingrandirci, questi percorsi diventeranno anche un'occupazione vera e propria", ha auspicato il giovane manager.

Vale la pena "e' a tutti gli effetti una best practis della nostra regione", ha tenuto a dire l'assessore regionale all'Ambiente e all'Agricoltura, Enrica Onorati, che ha voluto il progetto nello stand del Lazio al Salone di Torino. "Si tratta di una scelta etica- ha aggiunto- che va raccontata e diffusa come una epidemia positiva". (DIRE)

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