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Il tumore come dono? “Piuttosto un trampolino, ma solo se lo sconfiggi”

La testimonianza di Flavia Di Donato, classe 1976, pedagogista e ricercatrice. Dopo il melanoma che l'ha colpita nel 2016, ha scritto il suo primo libro autobiografico “Blu. Prima di un altro inizio”. Proprio la scrittura è uno dei “doni” ricevuti dalla malattia

27 settembre 2018

Flavia Di Donato

ROMA – Flavia Di Donato aveva 40 anni e una figlia di due quando scoprì che dietro quel neo sulla gamba si nascondeva un insidioso melanoma. Quell'esperienza l'ha raccontata in un libro, scritto mentre era convalescente: "Blu. Prima di un altro inizio", oggi alla seconda edizione.

“Fu un fulmine a ciel sereno”, ricorda, mentre ci racconta e prova a dirci se e come una malattia del genere possa considerarsi un “dono”. Così l'ha definita in questi giorni Nadia Toffa, suscitando un dibattito che non accenna a smorzarsi. Ma sollevando anche un'attenzione che sta contribuendo a rompere quello che, fino a pochi anni, era un tabù: la malattia, la sofferenza, il cancro. 

Quando si è spezzato (se si è spezzato) questo tabù?
“Non so quando sia iniziato di preciso questo processo – spiega Di Donato – ma è certo che oggi, rispetto a 10-15 anni fa, si parla di cancro e tumore in modo molto più aperto, pubblicamente. È una spirale: se qualcuno ha il coraggio di mostrarsi, tira dietro altri che vivono la sua stessa condizione. Quando ho scritto il libro, sapevo che mi stavo mettendo a nudo tra le pagine, che la mia storia sarebbe stata di dominio comune, col mio nome e quello di mia figlia”. 

Perché scriverlo, allora?
Per dare speranza, visto il lieto fine. Ma anche per mettere a fuoco la mia vita e quello che era successo. E poi perché la scrittura me l'ero sempre sentita dentro, ma non avevo avuto mai il coraggio di lanciarmici. Ero una ricercatrice universitaria, mi era capitato di scrivere saggi: ma la narrativa è un'altra cosa, metti dentro pezzi di te, del tuo mondo, dei tuoi sentimenti. Ci vuole coraggio, per scrivere un libro: posso dire che il tumore di coraggio me ne ha dato tanto” 

Allora è stato un “dono”!
In un certo senso, sì. Io sono dalla parte di Nadia Toffa, la difendo dalle critiche che sta ricevendo perché so di cosa parla e credo di aver compreso cosa intenda. Certo non è facile parlare di dono, perché il tumore per me è stato una 'mazzata', come si dice, che arriva quando meno te l'aspetti e non ti trova mai pronta. Diventa un dono quando riusciamo a sconfiggerlo, o quando almeno crediamo di averlo vinto, perché poi non siamo mai sicuri di non riammalarci. La paura e la sofferenza che abbiamo provato ci fanno amare la vita molto più di prima. Un malato oncologico non spettacolarizzerebbe mai un tumore: parlando di 'dono', Nadia Toffa, è stata forse fraintesa, ma lei è e rimane una malata oncologica e questo dovrebbe bastare a evitare critiche e polemiche. Se entri in un reparto oncologico, vedi persone aggrappate alla vita come non mai, che guardano la morte da vicino. Nel momento in cui scoprono la speranza di essere guarite, le priorità cambiano e allora è come se rinascessero di nuovo: ecco perché possiamo parlare di dono. Forse meglio dire un trampolino di lancio verso il futuro... 

Puoi raccontarci, in breve, la tua storia con la malattia?
Quando mi è stato diagnosticato il melanoma, mia figlia aveva due anni. Ho subito due interventi, ma non ho avuto bisogno di terapie, quindi non ho vissuto la parte peggiore della malattia. Quando ho saputo cosa avevo, il mio obiettivo è stato risolvere il problema prima possibile. Ho avuto la fortuna di incontrare, all'Ifo, un chirurgo meraviglioso, Michele Anzà, capace di aprire crepe nel muro di solitudine che separa malato e malattia dal resto del mondo. Per me, con lui e con gli altri “incontri” di cui parlo nel libro, è iniziata la sfida: dovevo guarire, avevo ancora tante cose da fare, una figlia da crescere... Il coraggio lo trovi nel momento in cui intravedi la possibilità di una guarigione: io amo la vita e non volevo rinunciarci, ho iniziato a parlare col tumore, gli dicevo: “Grazie di essere venuto, mi hai fatto vedere cose che prima non vedevo. Ma ora vattene, non mi interessi più”. Mi considero una privilegiata: oltre a guarire, ho avuto la possibilità di dire e di lasciare la mia testimonianza, che per me ha la stessa dignità delle scoperte scientifiche, perché riguarda tanti e assume un linguaggio universale. Ora sto scrivendo un romanzo d'amore, faccio molta più fatica: la mia storia invece l'ho scritta di getto: lanciata dal “trampolino” della malattia che avevo sconfitto. (cl)

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