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Migranti e protezione umanitaria, "con dl Salvini si troveranno senza niente"

Salim, arrivato in Italia dalla Libia, oggi lavora a Bologna come metalmeccanico. Il suo avvocato Ivana Stojanova spiega: “Il suo percorso sarebbe stato impossibile se fosse stato già in vigore il decreto". "Fra i miei assistiti ci sono molti ragazzi che si troveranno in difficoltà"

29 settembre 2018

BOLOGNA - “L'Italia mi ha salvato in mare, ho avuto un'opportunità per andare avanti, per dimenticare il buio in cui mi sono trovato in Africa”. A parlare è un ragazzo appena trentenne che lavora come operaio metalmeccanico specializzato a Bologna, dove vive dal 2015. Ha ottenuto la protezione umanitaria, alla quale ha appena rinunciato per chiedere un permesso per motivi di lavoro. Il nome col quale ha deciso di parlarci per ragioni di privacy è Salim, che in arabo significa “essere al sicuro”. Se nel 2015, quando è arrivato in Italia, fosse stato in vigore il decreto Salvini, non avrebbe potuto ottenere la protezione, che gli ha dato la possibilità di iniziare il suo percorso di integrazione nel paese di arrivo. 

BOX “Fra i miei assistiti ci sono molti ragazzi che si troveranno in grandi difficoltà alla scadenza del permesso per motivi umanitari – avverte Ivana Stojanova, l’avvocata di Salim - soprattutto quelli arrivati minorenni o neo maggiorenni e con un grado di scolarizzazione molto basso, magari rimasti fuori dai percorsi di accoglienza, quindi con meno strumenti per imparare la lingua e trovare un lavoro in regola”. Insieme a lei, Salim ha impugnato il diniego ricevuto dalla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale alla sua richiesta di asilo, e il giudice ha concesso la protezione umanitaria. “Come aveva fatto un giudice a Milano nel 2015, anche il nostro si è appellato al fatto che il diritto al lavoro, riconosciuto dalla nostra Costituzione, era una ragione per concedere la protezione umanitaria”. Con le restrizioni introdotte dal nuovo decreto, un'interpretazione di questo tipo sarebbe stata impossibile per chi, come lui, è originario di un paese del Nord Africa. Salim preferisce non venga specificato, ma racconta che da lì era partito per lavorare in Libia, in una zona allora non coinvolta dalla guerra. Quando i combattimenti hanno raggiunto la città in cui viveva, ha deciso di scappare, affidandosi, come tanti, a un barcone stracarico di persone in fuga. 

Ora Salim aspetta di ricevere una risposta alla sua richiesta di permesso come lavoratore straniero. Soddisfa pienamente i requisiti richiesti, ha un contratto a tempo determinato di 12 mesi, è titolare di un regolare contratto d'affitto, l'anno scorso ha superato il minimo di reddito previsto. “Pago più tasse di alcune persone nate qui”, sintetizza lui, che a Bologna è arrivato poco dopo il salvataggio in mare e l'approdo a Reggio Calabria. Aveva speso 1.500 euro per lasciare la Libia. “Potevo morire lì o rischiare la vita in mare”, racconta, per questo non ha pensato due volte a usare tutti i soldi guadagnati in due anni di lavoro come imbianchino e muratore per salire su un barcone. “Molti sono ancora bloccati in Libia, anche tante famiglie. La situazione era molto brutta, ognuno faceva le leggi come voleva, hanno ucciso gente in strada anche senza motivo. Non avevo mai pensato di potermi trovare in mezzo a una guerra, i miei amici che vivevano in quella zona della Libia mi avevano detto: vieni, si lavora, è tranquillo”. 

Ha viaggiato su un'imbarcazione stipata di persone. “Eravamo più di 700, quelli che stavano al piano di sotto non vedevano niente. Sopra ci bagnavano le onde. C'erano persone del Bangladesh, della Siria, del Pakistan, del Ghana, della Nigeria, c'era tutto il mondo. Abbiamo sentito un elicottero su di noi quando eravamo in acque internazionali. L'elicottero ha chiamato una grande nave bianca su cui è atterrato e hanno iniziato a far salire per prime le persone più in difficoltà”. Quando è arrivato a Reggio Calabria ha avuto un momento di sconforto. “Sapevo dire solo 'grazie' e 'ti amo', mi sembrava tutto difficile. Poi mi sono detto che potevo imparare. Per fortuna sono arrivato presto a Bologna. In Sala Borsa [la più importante biblioteca della città, ndr] guardavo i video su Youtube e leggevo libri facili. Ora sono molto contento, i colleghi mi dicono: parli meglio di alcuni che sono qui da 10 anni”. Dopo l'arrivo in città ha potuto seguire anche alcuni corsi di lingue e letterature straniere all'università, grazie al progetto Unibo for Refugees, e in futuro non gli dispiacerebbe riprendere gli studi, lavoro permettendo.

“Non c'è motivo per cui gli possano negare il permesso per lavoro, ha tutti i requisiti richiesti, è una persona pienamente integrata”, riassume l'avvocata Stojanova. Secondo la legale, se tre anni fa fosse stato in vigore il decreto Salvini, Salim “avrebbe provato a trovare altre strade, ma avrebbe potuto anche essere espulso”.

“Seguo molte persone che hanno ottenuto la protezione umanitaria per problemi psicofisici conseguenti ai grossi maltrattamenti subiti in Libia. Col nuovo decreto, al momento del rinnovo rischiano di trovarsi senza niente”. Stojanova segnala che già nel corso del 2018 sono stati frequenti i casi di non rinnovo, anche per l'applicazione di una circolare ministeriale che andava nella direzione del decreto appena approvato. “Ha iniziato la sezione di Forlì-Cesena, poi anche la Commissione di Bologna, alla scadenza, ha iniziato a non rinnovare a chi non aveva un lavoro e una casa. Quindi ha influito molto se una persona era in un percorso di accoglienza o meno”, conclude la legale. (Benedetta Aledda)

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