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3 ottobre. Gli eritrei: "Oggi non ci vuole più aiutare nessuno”

A Bologna commemorazione per ricordare le vittime del naufragio del 2013 e spiegare perché i giovani eritrei continuano a fuggire. Siid Negash (Coordinamento Eritrea Democratica): “Il problema degli eritrei che chiedono asilo non era la guerra con l'Etiopia ma il non riuscire a respirare sotto dittatura”

02 ottobre 2018

3 ottobre, manifestazione eritrei bologna

BOLOGNA - Andare indietro con la memoria a 5 anni fa tenendo l'attenzione concentrata sul presente. È questo il senso dell'iniziativa bolognese promossa dal Coordinamento Eritrea democratica per ricordare le vittime del naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa e allo stesso tempo spiegare perché i giovani continuano a fuggire dall'Eritrea, anche dopo la fine della guerra con l'Etiopia. “Rispetto al 2013 è cambiato pochissimo. Abbiamo solo allontanato la tragedia dai nostri occhi”, sintetizza Siid Negash del Coordinamento. “Con 360 persone eritree morte su 368, la tragedia di 5 anni fa è stata connotata dal punto di vista della nazionalità, ma dopo sono successe tragedie anche più grandi – ricorda Negash - per esempio nel 2015, con più di 800 migranti morti al largo della Libia. Sono accadute più lontano dalle nostre coste, gli italiani e gli europei non le hanno vissute in maniera così intensa. Invece quella del 3 ottobre è diventata una tragedia anche per l'Italia e per l'Europa, ha imbarazzato tutti. Allora sono partiti con gli aiuti umanitari, con Mare nostrum...”. Il riferimento è all'operazione della marina militare italiana “per fronteggiare lo stato di emergenza umanitaria in corso nello Stretto di Sicilia, dovuto all'eccezionale afflusso di migranti”, si legge sul sito del ministero della Difesa, dove si ricorda che già nell'ottobre del 2014 Mare nostrum lasciò il posto a Triton, un “potenziamento del dispositivo di controllo dei flussi migratori”.

- “Oggi vogliono cancellare questa storia, non ci vuole più aiutare nessuno – prosegue Negash -, dicono: se li andiamo ad aiutare portiamo tanti profughi in Italia e l'Europa non ci aiuta a smistarli, quindi dobbiamo bloccarli prima che partano, perché se partono e muoiono è colpa nostra”. 

A Bologna il 3 ottobre Eritrea democratica invita a un incontro nel giardino pubblico che lo scorso aprile è stato intitolato alle vittime del naufragio del 2013, tra le vie Corticella e Papini. Dalle 18.30 ci saranno letture di poesie e “testimonianze di chi conosce quella storia”. Seguirà una cena di autofinanziamento nel vicino centro sociale di Croce coperta, un'occasione per stare insieme e per spiegare perché le persone continuano ad andarsene, nonostante la fine del conflitto con l'Etiopia.

“In queste ultime settimane 15 mila persone hanno lasciato l'Eritrea dopo l'apertura del confine con l'Etiopia [a luglio, con la fine della guerra, sono ripresi i rapporti bilaterali fra i due Stati, ndr] –  fa notare Negash -. Il problema di chi chiede asilo non era la guerra con l'Etiopia, ma quello di non riuscire a respirare sotto una dittatura. Gli eritrei hanno ancora bisogno di protezione perché non si fidano di quello che sta facendo la leadership. Non c'è libertà d'espressione, non si può andare da una città all'altra senza un permesso, non si può professare la religione che si vuole, il servizio militare indeterminato blocca le famiglie, tutto è militarizzato, lo sport, la scuola...”. Il Coordinamento punta il dito contro le “leggi che rendono difficile la vita ai migranti”, si legge sulla pagina Facebook di Eritrea democratica, una critica non troppo velata al decreto Salvini. Ma il governo precedente, “che prometteva accordi per far salvare vite in mare dalla guardia costiera libica, ha solo dato soldi a ex trafficanti e abbandonato la gente”, aggiunge Negash, ricordando l'urgenza di evacuare gli eritrei, a migliaia bloccati in Libia, i più sfortunati in mano ai trafficanti che li ricattano. 

“Nel 2017 sono morti in mare l'equivalente dei passeggeri di 18 aerei [3.116 persone secondo l'Organizzazione internazionale per le migrazioni, ndr]. Sono morti senza nome, 7-8 al giorno – osserva Negash –. Un solo aereo sarebbe considerato una tragedia per un continente”. Invece “si fa di tutto perché gli europei allontanino lo sguardo. Anche il fatto che molte vittime del 3 ottobre 2013 siano rimaste senza nome e che, dopo tanti rimpalli fra il governo italiano e quello eritreo, non si sia trovato un accordo per riportare le salme in Eritrea, non permette di restituire un'identità ai morti, che rimangono numeri. Tutto questo rende molto difficile per chi ne sente parlare mettersi nei panni di queste persone”. 

Fino all'anno scorso i parenti delle vittime di Lampedusa si presentavano per il test del dna, con la speranza arrivare all'identificazione e al riconoscimento. “Venivano soprattutto dal Nord Europa, dove la gente migra per raggiungere i propri familiari e perché sono accolti con dignità. Anche questo è da spiegare a chi si meraviglia che i migranti vogliano andare al Nord – aggiunge l'esponente di Eritrea democratica -. In Italia, anche chi ha ottenuto l'asilo viene lasciato senza mezzi per vivere e se occupa una casa per non dormire per strada, viene sgomberato, come è successo a Roma [il riferimento è allo sgombero dell'agosto 2017 nel centro della capitale, ndr]”. (Benedetta Aledda)

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