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Scorticabove, dopo 3 mesi le ruspe sgomberano il presidio dei rifugiati

I rifugiati vivevano in strada dopo lo sgombero del 5 luglio scorso. Un tavolo era stato avviato con il Comune di Roma per uno spazio in cohousing. “Ci aspettavamo di essere convocati per una soluzione e invece sono arrivate le ruspe, finiremo a dormire alla stazione Termini”

03 ottobre 2018

Foto Eleonora Camilli/Rs
Sgombero via scorticabove (3 ottobre 2018) 1

ROMA - Jamal ha raccolto da terra il tappeto usato per la preghiera, il telo per dormire e un ombrello. Gli altri effetti personali li ha infilati in fretta nello zaino, prima che le ruspe distruggessero il presidio in via di Scorticabove, dove lui insieme agli altri rifugiati si erano accampati, dopo lo sgombero dell’immobile in cui vivevano, il 5 luglio scorso. “Ora che facciamo? - ripete -. Andiamo a dormire alla stazione Termini? Ci accampiamo sul ciglio di un’altra strada? Ci hanno tolto le tende senza darci un’altra soluzione, non ci resta che la strada, di nuovo. Abbiamo fatto tanti incontri col Comune, ma alla fine l’assessora Baldassarre ci ha detto che ci avrebbe chiamato in caso di novità. L’unica novità oggi sono state le ruspe”.

- La storia dei rifugiati di via di Scorticabove. La storia della comunità dei rifugiati del Darfur, che viveva nello stabile di via di Scorticabove 151, nella periferia est della capitale, è nota da anni e nasce dalle ceneri di un altro sgombero, quello dell’ex hotel Africa, un immobile occupato all’inizio degli anni duemila nella zona della stazione Tiburtina. Lì vivevano circa 800 tra migranti e richiedenti asilo di diverse nazionalità. L’allora sindaco, Walter Veltroni, propose per la comunità dei rifugiati sudanesi il centro di via di Scorticabove, gestito dalla cooperativa Casa della solidarietà. Ma la cooperativa  dopo qualche anno è finita all’interno dell’inchiesta Mafia Capitale: gli operatori del centro sono spariti, i rifugiati sono rimasti in una sorte di autogestione.
Tutte le bollette non venivano più pagate, così il 5 luglio scorso le forze dell’ordine sono entrate nell’immobile, con l’ordine di  sfratto per i rifugiati che da circa 13 anni ci abitavano. Da quel giorno circa cinquanta di loro hanno dato vita a un presidio permanente, chiedendo una soluzione concordata col Comune. E' stato aperto un tavolo tra l'assessora capitolina Laura Baldassarre, i rifugiati e le organizzazioni umanitarie che li affiancano, tra cui Unhcr, A Buon Diritto, AlterEgo-Fabbrica dei diritti. 

"Siamo tutti rifugiati politici e sette di noi hanno la cittadinanza italiana - spiega a Redattore sociale Adam, portavoce della comunità -. Viviamo in Italia da 13 anni e in questo paese contribuiamo come tutti i cittadini. Alcuni di noi non lavorano, ma ci aiutiamo a vicenda, negli ultimi tre anni ci siamo autogestiti. Forse le istituzioni sarebbero dovute venire prima a conoscere la nostra esperienza. Dopo che è sparita la cooperativa coinvolta in Mafia Capitale, noi non vogliamo più essere gestiti da cooperative, non siamo merci da mettere da qualche parte”. Adam ricorda che in questi tre mesi è stato aperto un tavolo tra i rifugiati e l’assessorato alla Persona, Scuola e Comunità solidale, per arrivare a una soluzione condivisa. “Abbiamo pensato a un progetto di cohousing - spiega - non chiediamo niente gratis, vogliamo pagare le spese. Non eravamo occupanti dello stabile, siamo entrati con le istituzioni e siamo usciti con le istituzione, e ora stiamo cercando una soluzione con le istituzioni”. Il progetto consiste in una soluzione abitativa di cohousing da realizzare in uno dei beni confiscati alle mafie che si trovano all’interno del comune di Roma. E che la stessa assessora Baldassare ha più volte indicato come luoghi in cui realizzare spazi per far fronte all’emergenza abitativa. Nel progetto è stata coinvolta anche l’Università Roma 3 e l’associazione Stalker, formata da un gruppo di architetti. “L’ultima volta che siamo stati al Dipartimenti delle politiche sociali ci hanno detto che era arrivato parere favorevole dall’avvocatura per la realizzazione del progetto - aggiunge Adam -. Ma oggi invece di essere convocati di nuovo siamo stati sgomberati. Ma molti resteranno di nuovo in strada”.

La replica del Comune: “Esiste alternativa immediata alla strada per tutti". Nel atardo pomeriggio l'assessora alla Persona, Scuola e Comunità solidale, Laura Baldassare, con una nota ha rinnovato l’invito a tutte le persone che erano presenti in via Scorticabove di accettate le proposte formulate dalla Sala Operativa Sociale perché "un’alternativa alla strada esiste e risiede nelle strutture di accoglienza del circuito capitolino. Si tratta di una soluzione nel breve periodo, transitoria, che rappresenta l’inizio di un percorso. E’ quanto abbiamo sempre spiegato con chiarezza, anche nel corso degli incontri periodici che si sono tenuti nelle ultime settimane”. "Nel medio periodo stiamo lavorando sulla base del parere che abbiamo ottenuto dall’Avvocatura capitolina e dal Segretariato generale per sostenere progettualità, utilizzando beni confiscati alla mafia e altri beni nella disponibilità di Roma Capitale - aggiunge Baldassarre -. Sin dal giorno dello sfratto abbiamo proposte alternative alle persone presenti in via Scorticabove, abbiamo proseguito quotidianamente a formulare proposte e oggi torniamo a lanciare un appello affinché siano accettate”.

Foto Eleonora Camilli/Rs
Sgombero via scorticabove (3 ottobre 2018) 2

Lo sgombero nel Giorno della Memoria e dell’accoglienza. “Le soluzioni ipotizzate dal Comune sono sempre state pensate sul lungo termine, nel breve periodo l’unica proposta è quella di un  centro di accoglienza che per i rifugiati è irricevibile - spiega Valentina Calderone dell’associazione A Buon Diritto -. Oggi è il 3 ottobre, la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza  e questo sgombero dà un segnale negativo. Ci preoccupa anche il fatto che una settimana fa sia arrivato il parere dell’avvocatura del Comune per la coprogettazione e nel frattempo si sia proceduto con lo sgombero. Sembra svanire anche una prospettiva su lungo termine”. “Questi rifugiati sono in Italia da 15 anni, sono stati vittime di Mafia capitale e oggi sono presi in giro dal Comune, che ha fatto tanti incontri per non arrivare a niente. Ancora una volta la Giunta Capitolina preferisce rintanarsi in un’ottusa inerzia; preferisce mandare le ruspe a spazzare via un presidio dove resistevano da mesi dei rifugiati che nulla volevano se non un po' di rispetto.Non si illudano però, la battaglia non è ancora finita.E noi siamo ancora pronti a lottare, al fianco dei nostri fratelli sudanesi”. (Eleonora Camilli)

© Copyright Redattore Sociale

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