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Lavoratori “spediti” all'estero: sempre di più. E a rischio sociale

Nel 2016, 2,3 milioni di lavoratori sono stati “spediti” all'estero dalle loro aziende: il 50% in più rispetto al 2011. Molti i rischi a cui questi lavoratori sono esposti: “dumping sociale”, infortuni e mancato rispetto delle norme per la sicurezza e la salute sul lavoro. Nella ricostruzione a L'Aquila, “distacco” significò “caporalato”. Lo studio “Poosh”

13 ottobre 2018

ROMA - I lavoratori in “distacco intracomunitario” corrono maggiori rischi in materia di salute, sicurezza e “dumping sociale”: lo rivela la ricerca svolta da un team internazionale nell’ambito del progetto europeo “Poosh”, che ha messo in luce come nei settori dove viene impiegato il maggior numero di lavoratori in distacco intracomunitario (costruzioni, trasporto, industria) si verifichino appunto numerose e gravi infrazioni. A questo fenomeno in crescita, che nel 2016 ha interessato 2,3 milioni di lavoratori (il 50% in più rispetto al 2011), ancora poco conosciuto e piuttosto “sommerso”, l'Università Ca’ Foscari Venezia ha dedicato ieri una giornata di convegno, durante il quale sono stati riportati alcuni degli elementi fondamentali emersi dallo studio. 

Distacco intracomunitario: cosa e perché? Il lavoratore “distaccato”, o “posted” (letteralmente, “spedito”) è una delle risposte alla domanda crescente di lavoro intermittente, di breve durata, flessibile: una richiesta soddisfatta in parte con l’immigrazione di tipo stagionale – che viene regolata dalle legislazioni nazionali dei paesi di destinazione–, in parte appunto con il cosiddetto distacco intracomunitario, regolato da Direttive europee (Direttiva 1996/71/CE, Direttiva 2014/67/UE, Direttiva 2018/957/UE). Di fatto, si tratta di una prestazione di servizi tra imprese (prestazione di servizi transnazionali), in base a cui i lavoratori dipendenti di un’impresa, con sede in uno Stato membro dell’Unione Europea, possono essere trasferiti temporaneamente dal proprio datore di lavoro in un altro Stato membro dell’Ue dello SEE o in Svizzera. Esistono tre tipi diversi di distacco: all’interno della stessa impresa, tra filiali con sede in Stati membri diversi; nell’ambito di appalti transnazionali; nell’ambito della somministrazione transnazionale di lavoro. 

Le dimensioni del fenomeno. Nel 2016 ci sono stati circa 2,3 milioni di distacchi intraeuropei, ovvero il 12% in più rispetto al 2015 e quasi il 50% in più rispetto al 2012. Circa il 45% dei distacchi è avvenuto per impieghi nell’ambito del settore delle costruzioni, il 24% per altre attività industriali e del 29% nell’ambito dei servizi. I dati sui distacchi mostrano inoltre che i paesi che inviano il maggior numero di lavoratori in distacco verso l’estero sono i nuovi Stati membri dell’Europa dell’est e, soprattutto in questi ultimi anni, i paesi dell’Europa del sud. Secondo i dati del 2016, la Polonia ha effettuato circa 260 mila distacchi, seguita dalla Germania (218 mila distacchi), dalla Slovenia (150 mila distacchi), dalla Francia (132 mila), dall’Italia (106 mila), dalla Spagna (100mila). I paesi che invece occupano il maggior numero di lavoratori distaccati sono concentrati soprattutto nell’Europa centro-settentrionale e sono già annoverati tra i paesi di destinazione dell’emigrazione per lavoro proveniente dall’Europa del sud e dell’est. Tra questi paesi troviamo la Germania (440 mila distacchi), la Francia (203mila), il Belgio (178 mila), l’Austria (120 mila) e la Svizzera (104 mila). 

Il “dumpig sociale” dei lavoratori distaccati. Diversi studi hanno dimostrato come il ricorso al distacco intracomunitario sia stato utilizzato come strumento per esercitare varie forme di dumping sociale, facendo leva sul differenziale tra gli standard retributivi minimi e il salario medio del paese in cui il lavoratore viene distaccato, oppure sul divario tra i regimi contributivi: in particolare, i paesi dell’Europa orientale presentano livelli contributivi e di tassazione molto più bassi rispetto ai paesi dell’Europa occidentale. E' stato rilevato, in particolare, come il differenziale tra il salario lordo percepito da un lavoratore in distacco (a cui si applicano gli standard retributivi minimi e il regime contributivo e di tassazione del paese dell’impresa che distacca) e il salario lordo percepito da un lavoratore inquadrato secondo i contratti vigenti nel paese verso cui avviene il distacco può arrivare a circa il 30%. Numerosi sono poi i casi in cui le imprese, non rispettando la legislazione vigente, pagano i lavoratori in distacco circa la metà rispetto al salario medio. Anche in Italia sono stati registrati numerosi casi che confermano il ricorso al distacco come forma di dumping sociale: emblematico il caso della ricostruzione post terremoto de L’Aquila, nel cui ambito la Fillea-Cgil ha trovato aziende che, sotto la copertura dell’istituto del distacco transnazionale, stavano praticando vere e proprie forme di caporalato.

 Sicurezza e salute dei lavoratori in distacco.Le infrazioni commesse nell'ambito del lavoro “distaccato” consistono soprattutto in salari inferiori alla norma, orari eccessivi, mancanza di riposo, assenza di misure preventive, mancata osservanza delle norme in materia di previdenza sociale e assicurazione sanitaria e sottovalutazione dei problemi relativi alla salute e sicurezza sul lavoro in ambienti di lavoro multiculturali e plurinazionali. Ciò comporta inevitabilmente una maggiore frequenza di incidenti sul lavoro, in particolare nei settori ad alto rischio e pericolosi, e può avere effetti a breve e lungo termine sulla salute dei lavoratori distaccati (es. esaurimento, disabilità, malattie croniche). 

Lo studio Poosh. Lo studio comparativo “Poosh”, che è stato presentato l’11 ottobre alla Ca' Foscari, si è concentrato su nove casi studio di Stati membri dell'Unione Europea: Austria, Belgio, Croazia, Germania, Italia, Romania, Slovacchia, Slovenia e Spagna. Sono stati esaminati il modo in cui la normativa in materia di salute e sicurezza sul lavoro è applicata ai lavoratori distaccati, raccogliendo elementi relativi all'esistenza di regolamenti specifici finalizzati a garantire il diritto alla salute e sicurezza sul lavoro a questo particolare tipo di lavoratori; all'adeguamento di procedure istituzionali per rispondere alle specifiche esigenze dei lavoratori distaccati; alle risposte messe in campo dalle organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori, dalla società civile e dalle organizzazioni comunitarie; alle strategie e alle pratiche di gestione del personale adottate nei luoghi di lavoro in cui sono impiegati lavoratori in distacco; all'esperienza degli stessi lavoratori distaccati. (cl)

 

 

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