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La migrazione nascosta dei lavoratori “spediti” in Italia e dall'Italia

Nel 2015 l'Italia ha registrato 59.095 lavoratori distaccati, risultando la seconda destinazione di un gruppo di paesi con il più alto numero di lavoratori distaccati, come Germania, Polonia, Romania e Spagna. Nello stesso anno, dall'Italia sono partiti circa 83 mila lavoratori in distacco. Per i “posted workers”, inadeguata formazione su sicurezza e salute sul lavoro

13 ottobre 2018

ROMA - In Europa cresce il numero di persone inviate temporaneamente dalle loro imprese a lavorare in un altro stato comunitario: i dati parlano di 2,3 milioni di lavoratori in ‘distacco’ nel 2016, il 50% in più rispetto al 2011. E l'Italia non è affatto estranea al fenomeno. Una ricerca, realizzata da un team internazionale nell’ambito del progetto europeo “Poosh” e presentata l'11 ottobre dall’Università Ca’ Foscari Venezia, esamina il fenomeno in 9 paesi, tra cui l’Italia, svelando come il distacco intracomunitario dei lavoratori copra spesso casi di vero e proprio dumping sociale

box Lavoratori distaccati in Italia. Nel 2015 l'Italia ha registrato 59.095 lavoratori distaccati e risultava la seconda destinazione di un gruppo di paesi con il più alto numero di lavoratori distaccati, come Germania, Polonia, Romania e Spagna. Nello stesso anno, dall'Italia sono partiti 83.277 lavoratori in distacco, diretti principalmente in Svizzera, Francia, Austria e i principali paesi di destinazione, Germania e Belgio. La normativa italiana sul distacco dei lavoratori applica un livello di protezione ampio e stabilisce che la remunerazione minima è stabilita dai contratti collettivi nazionali di lavoro. Il decreto legislativo n. 81/2008, che disciplina le disposizioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro, è applicato sia ai lavoratori assunti con contratti nazionali che ai lavoratori distaccati. Ciononostante, i lavoratori distaccati in Italia, impiegati in settori pericolosi, di solito sperimentano condizioni di lavoro caratterizzate da numerose irregolarità relative alla remunerazione, al pagamento dei contributi e alle condizioni di lavoro, anche relativamente alla tutela della salute e sicurezza. A ciò contribuiscono da un lato la diffusione del lavoro sommerso nei settori in cui i lavoratori distaccati sono spesso occupati, dall'altro la natura temporanea dei contratti dei lavoratori distaccati. 

Formazione e informazione. C'è poi una grave carenza di formazione e informazione: la maggior parte dei lavoratori distaccati in Italia non sono informati dei loro diritti, soprattutto in materia di sicurezza e salute sul lavoro, e vivono in una condizione di “isolamento”, dovuta sia alle barriere linguistiche che al controllo esercitato dai loro datori di lavoro. Sebbene le imprese abbiano l'obbligo di informare e formare i propri dipendenti prima del distacco, in molti casi adempiono quest'obbligo solo a livello formale. Le barriere linguistiche e culturali contribuiscono a rendere i lavoratori più vulnerabili, in quanto i lavoratori distaccati hanno molte difficoltà a comprendere appieno l'insieme di istruzioni e procedure da rispettare al fine di prevenire i rischi di infortuni e malattie. Anche per quanto riguarda le procedure di reclamo, la ricerca ha dimostrato che la mancanza di conoscenza della lingua italiana o di una lingua veicolare rende particolarmente difficile interagire con i lavoratori distaccati. 

Quali tutele? Le tutele, almeno teoricamente, non mancano: in caso di infortuni sul lavoro, i lavoratori distaccati possono accedere alle cure mediche in Italia utilizzando la tessera europea di assicurazione malattia. Anche in caso di distacco “irregolare”, i lavoratori infortunati possono accedere ai trattamenti medici del pronto soccorso presso le unità sanitarie locali. 

“Si tratta di un fenomeno rilevante ma poco conosciuto dal grande pubblico e talvolta anche da parti sociali, ispettori e consulenti del lavoro - afferma Fabio Perocco, professore di Sociologia all’Università Ca’ Foscari Venezia - Nella duplice dinamica di unificazione e segmentazione del mercato mondiale del lavoro, il ‘posting of workers’ si presenta come l’esito della convergenza dei processi di precarizzazione del lavoro e di precarizzazione delle migrazioni. E’ una sorta di migrazione nascosta, con la specificità che i 'posted workers' sono poco radicati e inseriti, invisibili, scarsamente inquadrati nel sistema delle relazioni industriali, in una situazione di debolezza e ricattabilità nei confronti dei datori di lavoro; fruiscono poco dei servizi del territorio, sono poco collegati con i sindacati e le associazioni, non sempre vedono riconosciuti i propri diritti sociali: dalle retribuzioni agli orari di lavoro, dagli infortuni alla previdenza sociale”. (cl) 

 

 

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